L’elefante bianco

WHITE PRESIDENT – ELEFANTE BIANCO

Quattro giorni dopo le elezioni dell’8 novembre 2016, in un’America che ancora non si capacita di ciò che è accaduto, va in onda la prima puntata di Saturday Night Live dell’era Trump. Ormai alla quarantaduesima stagione, lo storico varietà della NBC è uno dei più longevi programmi della TV americana e, dai tempi dell’imitazione di Gerald Ford resa celebre da Chevy Chase nel 1976, una vetrina di satira politica. Il finto telegiornale Weekend Update inventato dal produttore Lorne Michaels, che ha anticipato un format divenuto poi parte del repertorio satirico universale (nonché precursore del concetto stesso di fake news), è stato e rimane un appuntamento settimanale fisso e una voce progressista nell’etere americano. Nel 2008, SNL si è schierato apertamente con la campagna di Barack Obama, riflettendo – e secondo alcuni influenzando – le opinioni del suo pubblico in gran parte giovanile e urbano.

Quella sera dunque, il primo sketch non poteva non affrontare l’elezione di un candidato “impensabile” come Trump. La scena prescelta è quella di un gruppo di amici trentenni – tutti bianchi – che seguono in diretta i risultati elettorali dal loro appartamento newyorchese. “Stiamo per diventare testimoni di un evento storico: una donna presidente!” esclama una di loro (Cecily Strong), con in mano un bicchiere di Chardonnay. Fra i convitati illuminati e progressisti che disquisiscono sul margine con cui Hilary Clinton sta per aggiudicarsi la vittoria citando sondaggi di Huffington Post e di Slate, spiccano un paio di voci fuori dal coro – Chris Rock e Dave Chappelle, due dei maggiori comici African American della generazione dei quaranta-cinquantenni, entrambi discepoli artistici di Lenny Bruce e Richard Pryor per l’acume di una satira sociale radicata nelle ipocrisie di classe e soprattutto razziali stratificate in America.

Ai giovani millennial che aspettano compiaciuti di stappare lo champagne, Chapelle rivolge un’ occhiata scettica e una domanda ironica: “Sapete, è un grande paese questo…ci siete mai stati?” Man mano che passa il tempo e la TV annuncia stato dopo stato le vittorie di Trump, gli amici si aggrappano increduli alla speranza sempre più tenue di una tardiva rimonta di Hillary Clinton, passando dagli aperitivi agli antidepressivi, fino all’ineluttabile epilogo. “O Dio mio, mi sa che l’America è un po’ …razzista..” esclama affranta e stordita la Strong “Davvero? – risponde Chapelle – ora che me lo dici mi ricordo che anche mio bisnonno me lo diceva sempre. Ma in fondo che ne sapeva lui? Era uno schiavo”. “Questa elezione è la cosa più vergognosa mai fatta da questo paese…” aggiunge il giovanotto che poco prima citava fiducioso le analisi del New York Times. I due neri del gruppo si guardano e scoppiano in una sonora risata, il riso amaro di una nazione che torna ad affrontare antichi demoni .

L’autoironia dello sketch contrappone l’ingenuità dei giovani cosmopoliti, prigionieri della liberal bubble nel loro brownstone di Manhattan all’antica consapevolezza di chi col sopruso suprematista ha il rapporto intimo che deriva da una storia secolare. Una sintesi in poche battute dello sguardo afro-americano su un risultato elettorale che rappresenta la restaurazione di un ordine atavico dopo una stagione “anomala”: la sostituzione della prima presidenza nera con quella di Donald Trump, che Ta Nehishi Coates ha definito “la prima presidenza bianca”. Ovviamente ognuno dei 43 presidenti che l’hanno preceduto, da George Washington fino al 2008, era stato un Presidente bianco, ma nella provocazione di Coates, quella di Trump poteva considerarsi la prima presidenza intenzionalmente, “aggressivamente” bianca, in quanto figlia della reazione a Barack Obama.

Coates è una delle nuove voci più incisive della “black identity”. Il suo primo libro, Tra Me e il Mondo, è un compendio lucidamente personale dell’esperienza nera in America, un testo che fotografa la persistente spaccatura del suo paese pur nel momento della presidenza “post-razziale” di Barack Obama. Coates delinea una intima fenomenologia del razzismo come stato esistenziale schiacciante, e traccia l’anatomia dell’ideologia suprematista che attraverso la storia ha straziato fisicamente e metaforicamente i corpi afroamericani legandoli in una catena sanguinosa fatta di schiavitù, linciaggi, incarcerazioni, fino all’attuale scempio degli omicidi di polizia. Una storia in cui la violenza si stratifica inesorabile nella psiche delle razze e dello stesso paese, una sorta di Soul On Ice per il nuovo millennio, che a differenza però di quel testo di Eldridge Cleaver o di classici della presa di coscienza militante come l’Autobiografia di Malcolm X, è circonfuso da una consapevolezza che sfiora a tratti la disperazione per la persistenza del suprematismo, pur nell’era del presidente nero[1]. Tra Me e il Mondo è un testo che ricostruisce la traiettoria americana dallo schiavismo su cui poggiano le fondamenta del proto capitalismo, all’ideologia suprematista da cui dipende, anche successivamente, il frazionamento e il controllo delle classi subalterne. Il razzismo dunque come dispositivo politico e culturale originario di cui Trump è solo l’ultima e più palese incarnazione.

Più che un manifesto politico, il libro, sotto forma di una straziante lettera al figlio, squaderna con precisione emotiva il trauma dell’ingiustizia sulla psiche afroamericana. È una versione letteraria dell’agghiacciante monito che i genitori afroamericani sono tenuti a trasmettere ai figli come rito di passaggio adolescenziale, quando spiegano loro l’importanza della cortese sottomissione in ogni incontro con le forze dell’ordine per evitare di finire crivellati sulla via di casa. Un’analisi lucida e quasi rassegnata delle iniquità introiettate che la stagione della contestazione e dei diritti civili non ha potuto modificare sostanzialmente, e che continua ineluttabilmente a mietere giovani vittime nel nuovo millennio.

La scrittura di Coates riflette la consapevolezza che emerge anche nelle conversazioni con i nuovi militanti di area Black Lives Matter, spesso studenti, a volte figli di una black middle class , che grazie al movimento per i diritti civili hanno potuto usufruire di alcuni benefici materiali. Come una delle organizzatrici delle manifestazione di Los Angeles contro la brutalità della polizia, una delle numerose proteste che nel 2016 attraversavano le strade americane. “Io sono una militante di terza generazione,” mi disse allora. “Tempo fa ci è capitato di sfilare sotto i manifesti pubblicitari di Selma (il film di Ava DuVernay sulla storica marcia di Martin Luther King in Alabama). Vedete l’ironia? Stiamo tornando a combattere le lotte dei nostri nonni. È anche un problema di memoria storica sistematicamente estirpata, vedi le conquiste delle pantere nere asfaltate dall’era Reagan. Ondate successive di contestazione che puntualmente svaniscono. Noi non possiamo permettere che questo avvenga ancora, tantomeno oggi che nei social media fioccano rabbia, frustrazioni ed opinioni senza alcun fondamento storico.”

Quest’ultima constatazione si sarebbe rivelata profetica dato il ruolo giocato dalla disinformazione nel turbine demagogico trumpista. Uno dei meriti di Martin Luther King fu di plasmare una “narrazione afroamericana della speranza” , incastonandola nell’ oratoria dell’ “I have a dream” e dell’ “arco lungo della storia che si incurva verso la giustizia sociale”. Di plasmare cioè una traiettoria ideale di progresso, lento ma inesorabile, di un traguardo a portata di mano. Trump decostruisce quella e tutte le narrazioni nel prisma apoplettico della bagarre digitale. Il suo strumento sono i 280 caratteri di Twitter applicati al depistaggio permanente in un remix di slogan, polemiche e prepotenze assortite. La “narrazione” di Trump è il contrario di una traiettoria lineare: è un vortice antistorico in cui tutto – la storia e l’inconscio primitivo del paese – viene quotidianamente rivangato. Per gli afroamericani questo significa, come lasciava intendere lo sketch di SNL e come postula Coates, un ritorno alle origini tossiche del paese, che legano i neri d’America all’infausto destino di vittime necessarie di un imperante suprematismo. In We Were Eight Years in Power, il suo libro pubblicato ad ottobre, Coates (diventato nel frattempo autore del fumetto Marvel Black Panther) elabora in termini storico-politici questo concetto, accostando la presidenza Obama alla reconstruction, la stagione riformista seguita alla guerra civile e all’“emancipazione” degli schiavi.

Reconstruction

Nella sua analisi, la prima presidenza nera, quella di Obama, innesca un reazione atavica e inevitabile, proprio come a suo tempo aveva fatto la liberazione degli schiavi e l’esperimento della “ricostruzione” in cui agli stati del Sud sconfitto e militarmente occupato erano state imposte pesanti sanzioni e l’obbligo di permettere agli ex schiavi di votare e di ricoprire cariche pubbliche. Alla costituzione originaria vennero apposti tre emendamenti – il 13mo, 14mo e 15mo – che sancivano libertà, cittadinanza e suffragio per gli ex schiavi. In molti stati sudisti la forza lavoro coatta rappresentava la maggioranza numerica della popolazione e nel giro di tre anni i parlamenti statali nel sud comprendevano il 15% di rappresentati di colore. Tutto questo a fronte di una feroce resistenza anche armata e terroristica da parte di milizie irredentiste fra cui il Ku Klux Klan (il tema del Birth of a Nation di D.W. Griffith). Alla fine anche le fazioni “radicali” dei repubblicani lincolniani persero la volontà politica di proseguire la lotta politica a favore degli ex schiavi. Nel 1877, con la riconquista del Congresso federale da parte dei (filo sudisti) democratici, la definitiva pacificazione post-guerra civile si celebrò serrando i ranghi di una superiorità bianca bipartisan: i democratici acconsentirono all’elezione di un presidente repubblicano, Rutheford B. Hayes, in cambio della fine della reconstruction, un accordo che riconsegnò il sud ai democratici “post-confederati”, segnando la fine della più ambiziosa opera di ingegneria sociale della storia del paese. Prontamente abolite le norme “radicali” per l’integrazione degli ex schiavi , venne ristabilita la subalternità dei neri e bloccato di fatto il loro accesso al voto. All’esperimento della ricostruzione erano seguiti i linciaggi del Ku Klux Klan e le leggi Jim Crow che codificavano l’apartheid sudista, destinato a durare altri cento anni e a perseguitare gli afroamericani anche nella successiva diaspora.

Coates descrive come un secolo e mezzo dopo, con Trump, la storia si stia in buona sostanza ripetendo. Al “buon governo” del primo presidente nero, al suo salvataggio di un’economia spinta sull’orlo del baratro dall’azzardo finanziario, al suo riformismo cauto e moderato, ai suoi toni pacati, la congenita pulsione suprematista americana ha risposto con la scelleratezza di Trump, cui sono concesse le più straordinarie enormità in cambio della restaurazione bianca. Trump è espressione di forze che devono azzerare il suo predecessore e con lui il retaggio di cinquant’anni di progressismo sfociato nel Civil Rights Act che nel 1964 formalizzava in legge federale le pari opportunità, sostanzialmente ribadendo – un secolo dopo – l’assunto della reconstruction. Obama, il presidente bi-razziale e attivista sociale, ha in qualche modo rappresentato il migliore prodotto possibile dell’ideale progressista che voleva porre rimedio almeno parziale ad antiche e fisiologiche malformazioni razziste. E per questo, pur se figura tutt’altro che radicale, Obama ha rappresentato per i redivivi teorici della “difesa della razza e della cultura”, come Steve Bannon e i suoi accoliti Alt-right, una figura inaccettabile che occorreva a tutti i costi azzerare. È una rimozione necessaria a ristabilire equilibri originari che molti – come quei ragazzi nell’appartamento di Manhattan – ritenevano erroneamente riposti nella pattumiera della storia.

Di tutti i fattori che sottendono l’improbabile, repentina ascesa trumpista l’impulso alla rivincita bianca è certamente fra i più fondamentali. Più della tanto evocata rivalsa della working class, più della tenue motivazione “antiglobalista”, certo più del presunto zelo evangelico del libertino palazzinaro – o quantomeno è il fattore che “colora” ciascuno di questi. La virulenza della reazione bianca si spiega con il bisogno primoridiale di rimozione (dei neri, di Obama…) in quanto testimonianza vivente che la mitologica “libertà” americana è stata predicata sullo sfruttamento degli schiavi. Un po’ come gli immigrati e i profughi naufragati sulle spiagge d’Europa sono la scomoda evidenza del debito contratto in secoli di colonialismo e dunque da cancellare ferocemente.

Sin dalla campagna elettorale, i neri d’America non hanno dunque avuto dubbi sui moventi profondi di Trump, riconoscendo subito i segnali (non tanto) cifrati della sua retorica. In tutti i sondaggi il miglior indizio di preferenza trumpista alle urne rimane infatti la razza dell’interpellato[2]. Hanno votato per Trump la maggioranza degli uomini bianchi in tutti gli strati sociali e, di misura, anche la maggior parte di donne bianche che hanno preferito un fedifrago misogino dichiarato alla prima candidata donna. In base a questi dati Coates, come molti neri, rifiuta la semplificazione che spiega l’ascesa di Trump con la giusta indignazione “di nobili e semplici pompieri di provincia derisi da hipster newyorchesi.” Se è vero che il trumpismo è il frutto di una pluritrentennale radicalizzazione reazionaria, la strumentalizzazione degli impulsi razzisti attuata da Trump affonda in un torbidume che precede di molto la Reagan revolution: un lessico così implicitamente razziale non si era visto dai tempi di George Wallace, l’ultimo dei razzisti confederati del vecchio Sud a candidarsi alla presidenza. Non a caso Trump ha scelto da subito gli affondi razzisti e xenofobi come biglietto da visita nell’annunciare la sua candidatura, per farne poi un tema ricorrente della sua demagogia. Gli attacchi ai Messicani stupratori e ai musulmani terroristi, alle femministe rompiballe e ai bacchettoni della correttezza politica… è un repertorio che va oltre la retorica delle guerre culturali: è il richiamo intenzionale e inequivocabile agli impulsi più sinistri della storia nazionale.

Ai neri Trump non ha bisogno di rivolgere insulti diretti: ha a disposizione un vocabolario atavico , che discende dalla lunga storia di generazioni di schiavi tenuti in riga dagli scagnozzi armati delle piantagioni. Le foto con gli agenti in divisa fatte a ogni scalo elettorale sono un messaggio preciso nel momento in cui un nuovo movimento afro americano si coalizza contro la brutalità della polizia – dopotutto, lo slogan “Blue lives matter” è calibrato direttamente contro Black Lives Matter. Se mai rimanessero dubbi a riguardo, basta a fugarli la processione di sceriffi e poliziotti che dal palco della convention di Cleveland invocano ordine e pugno di ferro contro “gang ispaniche”, criminali clandestini e “teppisti” (thugs – altro velato eufemismo per “nero poco di buono”). Da presidente Trump continuerà il richiamo alle forze dell’ordine e a luglio alzerà il tiro. Davanti a una platea di poliziotti di Long Island, esorterà gli agenti – parte di quella forza dell’ordine che miete ogni anno oltre mille vittime nel paese – a non andare troppo per il sottile. “Perché trattare questi criminali sempre coi guanti?” chiederà. “Se fossi in voi li strapazzerei un pochino.” Il primo aperto invito di un Presidente ai soprusi di polizia.

Come tanti autocrati e tiranni prima di lui, Trump capisce istintivamente l’immensa potenza del richiamo razziale e identitario, specie se in volatile miscela con la violenza. Né mostra scrupolo alcuno nel rimestare le smisurate riserve dell’uno e dell’altra di cui dispone il suo paese. Se per molti Americani Trump evoca l’incubo del Dr Strangelove o la caricatura di un despota narcisista, per i neri d’America nessun Presidente ha incarnato meglio di lui l’archetipo grottesco del padrone onnipotente e vendicativo. La sistematica rimozione di ogni politica obamiana- le sue leggi sull’ambiente, sulla salute, i trattati internazionali – è un’opera cui si dedica con foga ossessiva, che ricalca, scrive Coates, le punizioni per rimettere il negro al posto suo dopo un’insubordinazione. Niente avrebbe potuto dimostrare la sua tesi in modo più lampante di quanto stava per accadere in una tranquilla città universitaria, celebre come residenza del più riverito dei padri fondatori, Thomas Jefferson: Charlottesville.

Reference Images

MAXXI museum by Zaha Hadid
Mixing different surfaces

Lobby of their (ex) Beverly Hills building
Using lobby to also exhibit
The Netflix lobby is unassuming but uses projection walls to enhance the space
Incorporating logo in surfaces
Two building solution
Cladding

TRUMPLAND

COP CELADA TRUMPLAND copertina ultima

Sulle conseguenze e sull’esito finale del trumpismo l’America si gioca tutto, e con lei l’intero Occidente. La posta in palio è enorme; l’esperienza trumpista e come il Paese saprà reagirvi potrebbero determinare l’esito finale dell’esperimento democratico americano. Non è difficile oggi visualizzare lo scenario peggiore, quello di un collasso o comunque di una pericolosa involuzione della maggiore democrazia occidentale sotto il peso di un sistema politico destabilizzato che ha finito per produrre una fatale anomalia. Alla radice del trumpismo c’è l’insostenibile disuguaglianza sociale prodotta dal tardo neoliberismo che, opportunamente strumentalizzata, ha permesso l’ascesa di un tiranno populista al servizio di una plutocrazia rapace. L’ironia amara è che la definitiva razzia viene fatta nel nome delle vittime già sacrificate dal tardo capitalismo, i diseredati di un sistema che li ha relegati come detriti economici nell’hinterland in una stagnazione disperata mentre nelle città e nei sobborghi di lusso dove la Trump Inc edifica grattacieli e campi di golf i cantieri non riescono a star dietro al boom della domanda dei ceti super privilegiati, dei finanzieri e delle caste digitali di Silicon Valley.

In questo scenario molti hanno tutto da perdere: immigrati, poveri, minoranze etniche e sociali, donne, progressisti. Per tutti un regime fondato su paranoia, prepotenza, avidità, patriarcato e xenofobia comporta gravi pericoli. Se l’Europa affronta oggi i fantasmi degli anni Trenta, l’attacco concertato a istruzione, scienza, libera espressione, integrazione, solidarietà, per l’America evoca lo spettro delle componenti peggiori del suo carattere nazionale. La regressione identitaria e intollerante può innescare cortocircuiti fatali in un melting pot mai comunque del tutto risolto. Se l’involuzione xenofoba è infatti speculare a quella europea – come dopo Charlottesville ha dimostrato ad esempio Macerata – , in una società multietnica matura come quella americana ha un potenziale ancor più catastroficamente distruttivo.

Cuban Diary

Cuba’s Instituto Nacional de Arte – The Interrupted Revolution

 

In a changing Cuba an unfinished school stands as a monument to the revolution’s triumph of imagination and the failures of  its promise

BW

Beyond the gate the road curves gently among the sloping lawns and trees of what was once known as the finest golf course in the Caribbean. The din of the tropical birds fluttering above blends with the notes from a trombone which grows louder as we approach and now mixes with a couple of trumpets: next to the old clubhouse three youngsters stand facing the sprawling lawn and practice scales on their instruments. They are students in the school of music, one of the five departments that make up the Instituto Superior de Arte, Cuba’s remarkable arts academy; its monument to the revolution’s imagination – and one of its failures.

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Beyond the trees lies a site which has been added to World Monuments Fund endangered watch list and is arguably one of the most significant places in modern  Cuban and world architecture. The campus, nestled in the West-Havana neighborhood of Cubanacán, lies on the grounds of what was the  Havana Country Club, playground of the moneyed élites that ruled the island in its prerevolutionary heyday – so exclusive that it famously was off limits even to Fulgencio Batista. As a Cuban of mixed race, the dictator who did the bidding of American interests was not allowed in the club.

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The landscape by itself transmits the feeling of luxurious nature but it is beyond the wide lawns and tropical vegetation that one enters a truly magical park. Here a collection of buildings emerge from the mangroves in hemicycles, similar to oriental temples of some forgotten cult. Massive circular domes dot the landscapes and tall vaults  appear to billow over the thick canopy as hot air balloons made of brick and ceramic. The site is reminiscent of a postmodern Pompeii or the valley of Angkor Wat, as upon closer inspection the buildings are largely in disrepair, many sprouting plants from the cracks, like ancient Mayan pyramids. Because this massive architectural project has in fact laid abandoned and largely forgotten for the better part of 50 years, left to for the jungle to reclaim.

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What was born to be, in the words of Fidel Castro himself, “the most beautiful art academy in the world”, today remains as a kind of involuntary archeological site, a monument to the exuberant promise of the Cuban revolution  and to one of its prominent failures. Now, as talk of change on the island has become ever louder, spurred by the calculated symbolism of the Obama and Rolling Stones visits, ISA could potentially once again become a topical place for Cuba.

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About one thousand students study here today, in the School for Plastic Arts, the only completed department of the university-level academy which originally was meant to instruct 6000 students. Four additional “Schools” were never finished, their remarkable buildings left in semi-constructed limbo until they were “rediscovered” by John Loomis, an American architect and teacher who wrote about the site and its three designers: Cuban architect  Ricardo Porro and two Italians, Vittorio Garatti and Roberto Gottardi.

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His 1999 book Revolutions of Forms, whichinspired a documentary and even a musical opera directed by Robert Wilson, tells how in January of 1961, Fidel and Che Guevara, after shooting a round of golf, had thought about how to repurpose the freshly requisitioned country club. The idea that struck them like thunderbolt, the story goes, was to transform that emblematic epicenter of privilege and inequality into an institution that would embody the victorious revolution’s progressive momentum and forge the next generation of artists for the nascent egalitarian nation. As the ex Cuban vice president Carlos Rafael Rodriguez recalled, “an incubator of culture (…) which should become the fountain of our future artists, the creators or interpreters of tomorrow’s socialism.

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Loomis told of how a plan for the school was soon commissioned to three young architects, idealists whose careers had crossed in Venezuela and who like many intellectuals in those tumultuous and hopeful years, had converged on revolutionary Havana to contribute to the emerging Cuban utopia. “I arrived in Cuba in December on 1960,” recalls Gottardi, architect, originally from Italy who is 89 today and who ended up making the Island his permanent home. “For us the revolution represented hope, the promise of radical change in all directions, in the world, in our lives…in our careers”. Gottardi had studied in his city, Venice, under Bruno Zevi and Carlo Scarpa. Like his colleague, Vittorio Garatti (he had been a classmate of Gae Aulenti at Milan’s Politecnico university), he had been strongly influenced by the anti-rationalist modernism articulated by architecture scholar Ernesto Nathan Rogers and his Milanese studio BBPR. Now, just landed on this island of virgin promise, they were given the opportunity to put into practice some of the theories  of “organic” building which Rogers had put forth when he had edited the prestigious architecture magazines Domus and  Casabella. At ISA the architects would be able to build according to ideals which opposed the formal rigor prevalent in the modern International Style. To Loomis Ricardo Porro, who died in 2004, described the excitement of the time as one of those moments “common to every revolution, during which the marvelous becomes the everyday,” a moment ““mas surrealista que socialista.”

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Encouraged by Fidel himself, the architects get to work in a converted chapel  near the site. They divide their chores/assignments, each working separately on the chosen schools, without a unified plan but in singular stylistic harmony, so that as the buildings take shape they dialogue organically with the site and with each other. An immediate problem is posed by the scarcity of building materials  in the country who is already feeling the bite of the American imposed embargo. The lack of Portland cement for instance, leads the architect s to adopt the Catalan vault as their preferential structure. The technique, developed in North Africa and the Mediterranean, allows for the construction of  lightweight  but extremely strong supporting vaults using brick, mortar and tile. The slight curvature of the vaults allows them to cover large spaces  with optimal load-bearing distribution. The materials employed are cheap and the technique allows the architects to develop an original Cuban “vernacular” which also emphasizes the nation’s cultural ties to Europe and Africa.

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Porro, Garatti and Gottardi work tirelessly, infused with the enthusiasm of their young careers and empowered by the contagious optimism Cuba broadcasts to the hemisphere. The first buildings are presently completed but at the same time the of the youthful revolution begins to be overshadowed by more practical matters. In 1962 the Cuban Missile Crisis is a harsh reminder of the geopolitical realities that rudely intrude on the initial idealism of Castro’s Cuba. As the conflict with the US is heightened by American intransigence Castro is pushed toward a forced alliance with the Soviet Union on the backdrop of a Cold War which is growing ever hotter in African and Southeast Asian flashpoints. Cuban isolation is exacerbated by the American economic siege as the revolution begins to show signs of a revisionist involution. In Cuba as elsewhere before it, art suffers the bitter fate of preceding avant-gardes, from Russia to Weimar.

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Porro, Garatti e Gottardi’s experimentation begins to be criticized as aesthetic elitism. The ever more defensive political posture – and growing influence of the Soviet sphere – coincides with a growing utilitarian strain in aesthetics. The familiar trajectory eventually concludes with construction being halted at ISA. Porro and Garatti will subsequently be forced to leave the country. The school opens with the only completed department and a diminished curriculum and the addition of an absurdly incongruous, East-German style dormitory building. Painted blue in the middle of campus, this antithetically angular building is nothing if not programmatic: a multi-ton concrete negation of the original buildings’ flowing forms, an architectural jackboot whose penitentiary-like dorm blocks are reviled and still loathed as deadening by current students.

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“When they pushed us out in ’65,” Gottardi euphemistically recalls, “people came in that did not do nice things.” “They make us sleep in this horrible building that looks like an East German prison!” exclaims Yoenis, a third–year theater student who volunteers to show us around. “Since the school was never finished we’re always short on space and sometimes we have to have classes in there too.”

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For Yoenis and the other kids who paint and practice in the luminous domed studios of the School of Plastic Arts, and often scamper over the ruins, using them as impromptu rehearsal spaces for theater or dance projects, the unfinished buildings are a daily reminder of what might have been but never was…in the school as in their country. “We need internet, damn it!” says Pedro, a freshman in the painting department. “How are we supposed to learn without it in this day and age?!” he adds with the familiar frustration of Cuban youth – and the universal exasperation of chafing youth.

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In this place, so emblematic of geopolitical conflict and of the historic clash of ideologies, the modern ruins are all the more symbolic. Whether it be of the congenital failure of Castro’s revolution to deliver on its promise, or of the thuggish, fifty-year American effort to ensure we could never know whether it would in fact have done so, if left to its own devices. Ultimately in many ways these buildings frozen in time stand as testament of the adult world arrayed against the imagination of youth – of crushed creative aspirations that are all the more ironic on this campus. And today they underscore the generational fault lines that divide this country as it contemplates a way forward.

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We visited the school just days after Obama had come and gone. After his departure Fidel Castro broke his silence sarcastically rejecting unsolicited “gifts from the Empire”.  A sharp retort to a perceived condescension which heartened critics of American hegemony, whose hostile policies – including the embargo and the base at Guantanamo – are after all still in effect. But among the students it was apparent that historical correctness is now less compelling than the idea of a way forward. Not the embittered and vindictive rancor of the Cuban diaspora, not through their fathers’ fight, but simply the universal yearning for a more optimistic future. And some think the writing is already on the wall.

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Just down the street from the school stands the working studio of Alexis Leiva Machado, known as “Kcho”. Here Cuba’s most famous contemporary artist is working on an installation for Shanghai’s Power Station of Art museum, curated by Shanghai Biennale director Li Xu.  On the wall that bears his name a new sign appeared last year: “Google”. The internet giant has teamed with the artist to sponsor a free wi-fi hotspot in the studio’s courtyard. It’s a tentative sign perhaps of potential changes waiting beyond a still uncertain horizon.

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In the meantime through the efforts of Loomis and fellow architect Michele Paradiso the ISA site has been added the World Monuments Fund’s endangered watchlist, and talk has resumed about the possible completion and restoration of the buildings which. Including Roberto Gottardi’s school of theater, with possible financing from the Italian government.  “That’s what they told me,” says the aging architect who would be eager to supervise new construction. “I’m waiting for confirmation from the ambassador. I am an optimist– even though I would have good reason not to be. I’d like to finish those buildings. It would be like lovers finding each other after a crushed idyll – and 50 years later telling each other everything….”

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Colorado: il Fiume e i suoi Fantasmi

 Per otto settimane la scorsa primavera uno storico esperimento ambientale ha brevemente risuscitato  un delta scomparso. 

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MEXICALI  –  Le case di San Luis Rio Colorado sono schiacciate contro la barriera di confine come  rumenta sospinta dalle maree di miseria e desiderio che sono i flussi epocali di questo confine complicato e martoriato. La border fence che corre sulla linea di frontiera  fra USA e Messico è lunga 3141 km, una muraglia  di ferro e cemento che taglia campagne, deserto e centri abitati dal Golfo del Messico al Pacifico e, come dimostrano le migliaia di bambini che in quest’estate torrida hanno rischiato la vita per scavalcarlo da soli, separa la speranza dalla disperazione. A San Luis, non lontano dal varco doganale,  il muro si interrompe per una decina di metri. Tanto basta per far fluire in terra messicana il Colorado – o meglio il rivolo incanalato nel cemento che è quel che resta a questo punto del grande fiume. A questa altezza il fiume ha percorso quasi 2000 km dalle pendici delle Montagne Rocciose dai cui nevai  ha origine, ma quando attraversa la frontiera contiene meno del 10% appena del volume di acqua che trasportava una volta. L’altro 90% è stato dirottato verso Denver, Los Angeles, Las Vegas, Tucson e Phoenix.  – come parte di una colossale opera idrologica.

A partire dagli anni ‘30 quello che indiani chiamavano Lapay’ha, (“acqua rossa”)  per il colore strappato all’arenaria fiammante degli altipiani di Colorado, Utah e Arizona, è stato imbrigliato da dozzine di dighe, incanalato e sviato per irrigare milioni di ettari del paniere agricolo d’America. Le centinaia di acquedotti e prese d’acqua sostengono l’insostenibile boom del sud ovest americano, il mastodontico sistema di chiuse, dighe e grandi opere idroelettriche hanno fatto del fiume poco più della conduttura idraulica di un esperimento di sviluppo agricolo, urbano e demografico nella maggiore regione desertica dell’emisfero occidentale – un deserto in cui oggi vivono 60 milioni di persone.

Il dato più impressionante è la rapidità dei questo sviluppo: prima dello sfruttamento intensivo del Colorado, quando gli abitanti del sudovest Americano dipendevano dalle effettive risorse naturali – vale a dire fino a poco più di un secolo fa – la popolazione di questa vasta regione era irrisoria. Los Angeles contava  meno di 100000 abitanti, San Diego molti di meno, Las Vegas era uno scalo ferroviario senza una vera popolazione, Phoenix un paese di 5000 persone, Tucson poco più di uno scalo per diligenze di frontiera. In cento anni i paesi sono diventati metropoli con decine di milioni di abitanti e il maggior tasso di crescita del paese, motori di una delle economie regionali più dinamiche e diversificate al mondo. Lo strabiliante sviluppo che ha traghettato l’ovest da Old West a New Economy dipende interamente dalla capillare rete di supporto idrico istituita nel 1902 da Theodore Roosevelt col National Reclamation Act, il piano regolatore per la bonifica dell’Ovest.

Il Colorado era stato esplorato nel 1867 da John Wesley Powell, un colonnello dell’Unione che si era distinto nella guerra civile ed era stato premiato con una spedizione nei territori occidentali. Il suo rapporto al congresso aveva decantato le bellezze naturali del fiume (sua la prima navigazione completa del Gran Canyon) ma descritto una regione arida, sprovvista di pioggia e bacini naturali salvo le acque stagionali che scendevano abbondanti dai ghiacci montani e attraversavano il deserto dirette al Golfo di Cortéz nel grande fiume. Powell intuì subito che se fosse stato possibile attingere a quello che gli indiani chiamavano il fiume-madre, sarebbe stato possibile sviluppare il quadrante “vergine” che costituiva oltre un terzo del territorio nazionale – il vero oggetto della spedizione.

 

Fiume commissariato

Fiume commissariato

 

150 anni dopo la sua visione ha dato i suoi frutti – e le sue verdure. Per la precisione quelle coltivate nei milioni di ettari irrigate grazie a quell’acqua, un raccolto che costituisce il  60% della produzione di verdura del paese , 25% della frutta e delle noci.  L’acqua del Colorado è dirottata da 44 dighe  che producono complessivamente oltre 10 milioni di megawatt.La legge sull’irrigazione firmata da Roosevelt è quindi atto di nascita dell’America moderna ma anche la condanna a morte di un vasto ecosistema. Qui sul confine sotto Yuma l’ombra sfinita del fiume che ha scavato il Gran Canyon fa una ultima fermata: una stazione di pompaggio guardata da una camionetta del border patrol che osserva i bimbi messicani che fanno il bagno oltre il reticolato. Sui due lati del canale, sul deserto,  sono ancora ben visibili numerosi meandri secchi, l’ex letto del Colorado, la  memoria di un fiume che non c’è più.

 

Dopo l'ultima chiusa ciò che resta del Colorado entra in Messico sotto l'occhio vigile del Border Patrol

Dopo l’ultima chiusa ciò che resta del Colorado entra in Messico sotto l’occhio vigile del Border Patrol

Passato il confine, il rivolo che resta del terzo fiume americano per lunghezza, incontra l’ultimo sbarramento, la Presa Morelos. L’unica diga messicana sul suo cammino dirotta quell che resta dell’acqua nel Canal Reforma che la trasporta verso i campi del Valle de Mexicali, la grande pianura che scende verso il Golfo di California una volta era il delta del fiume e oggi è il centro agricolo industriale della Baja California Norte.La zona è stata esplorata per la prima volta da un gesuita italiano, padre Eusebio Chini era nato a  Segno di Taio in Val di Non. Da trentino non avrebbe potuto scegliere di fare il missionario in un luogo più diverso dalle sue terre che questa pianura acquitrinosa, piatta e sterminata. Quando “padre Kino” come era chiamato dagli indiani, alla fine del 1600 compie qui le sue spedizioni missionarie per conto del viceré di Nuova Spagna, trova tribù indigene dedite alla pesca nel fiume navigabile sino al Golfo di  California e alla caccia nel delta boscoso ricco di fauna e uccelli di ogni tipo.

Quel delta una volta lungo 300 km, oggi è una pianura polverosa, il Colorado da decenni non raggiunge più il suo terminale. I rimanenti indiani Cocopah che restano in queste terre ancestrali pescano nei canali pieni di scarichi agricoli, residui di pesticidi e l’azoto dei fertilizzanti che stimola la crescita di alghe che soffocano l’habitat di pesci e dei gamberi autoctoni. Molta dell’acqua che rendeva verde questo delta oggi rimane imprigionata dietro la gigantesca Glen Canyon Dam, la diga che crea Lake Powell  50 milioni di acri-piedi di acqua (la misura denota il volume d’acqua necessario a coprire 4000 mq circa con 30 cm d’acqua – equivalente a circa 1,25 milioni id litri). Il Colorado così non raggiunge più il Mar di Cortez ormai da più di 18 anni, privando la regione del delta dell’essenziale miscela salmastra di acque in cui proliferano gamberi e vivono gli ultimi esemplari di vacche marine, rarissimi mammiferi marini e fluviali la cui popolazione è in continua diminuzione.

Nel secolo della crescita qui, soprattutto a nord del confine, lo sviluppo è stato un dogma indiscutibile disceso dalla dottrina del “destino manifesto” così inestricabilmente connessa all’identità nazionale, una religion a cui la natura doveva piegarsi. Di recente però è sorto un  movimento ambientalista che spinge per il ripristino dei sistemi fluviali. Associazioni come Living Rivers e Raise The River hanno promosso campagne per ridare vita ad ecosistemi decimati dai prelievi per l’irrigazione e dalle dighe che impediscono la migrazione dei salmoni. Per gli ambientalisti il flusso interrotto del Colorado è diventato un simbolo delle politiche di sviluppo che nel nome del progresso hanno sistematicamente degradato delicati equilibri naturali.

 

"Restaurazione" di flora nativa nel delta

“Restaurazione” di flora nativa nel delta

L’iniziativa per il “restauro” del grande delta è coordinata dal Sonoran Institute, una coalizione ambientalista binazionale con sede a Tucson e Mexicali ed è qui che prima dell’alba ho appuntamento con Edith Santiago, una geologa dell’istituto che mi carica sul suo enorme pickup americano e mi porta a sud, oltre i filari di alfalfa e pomodori che ricoprono questa valle torrida. Passiamo a ranchos, rivenditori di tortillas e tacos, mucchi di rifiuti incendiati  carretti a cavallo – la varia umanità che popola I cigli delle strade messicane prima di infilarci in un a strada sterrata che costeggia un lungo canale. In una nuvola di polvere  la camionetta di Edith svolta giù per un ciglio sabbioso e ci fermiamo lungo un ansa acquitrinosa da cui spuntano ciuffi di vegetazione. Edith mi indica la linea d’acqua incisa sul ciglio, ben più alta dell’attuale livello e mi spiega che è la traccia lasciata dal flujo pulso, il rilascio programmato di acqua dalle dighe a monte chela scorsa  primavera  dopo tanti anni hanno riportato il Colorado alla sua meta.

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Il Colorado è certamente uno dei corpi d’acqua più rigidamente regolati al mondo. Una miriade di enti e amministrazioni ne controllano ogni goccia sin da quando l’acqua venne suddivisa fra gli stati dal trattato del 1922. Un successivo negoziato nel ’44 assegnò al Messico i diritti su circa il 10%  del volume. Di recente una coalizione binazionale di ecologisti fra cui il Sonoran e il Redford Institute fondato da Robert Redford, è riuscita ad acquisire i diritti su una “partita” di acqua sufficiente a compiere un grandioso esperimento. Per una settimana, a fine marzo,  le dighe hanno aperto le chiuse e l’acqua è tornata a scorrere nell’antico letto del fiume.Il flusso è durato appena una settimana ma a valle l’acqua ha compiuto un miracolo. Sono tornati  gli uccelli migrartori, spuntate piante e canne, aironi e falchi si sono posati nelle paludi che hanno ripreso vita. Bambini che non avevano mai visto il fiume dei loro padri si sono tuffati a giocare nell’acqua.

 

Edith Santiago

Edith Santiago

Ora qui, mentre la sua squadra di lavoratori pianta salici e mesquite nella terra umida, Edith srotola una grande mappa idrologica della valle e mi indica dove ci troviamo: “qui una volta era tutta foresta nativa, il centro del delta, non le coltivazioni alternate a distese arie che vede oggi”. Siamo nel tratto ecologico sperimentale gestito dal Sonoran Institute, una concessione di qualche ettaro dove i tecnici stanno facendo una specie di bonifica a la contrario, sperimentando se sia possibile riportare in vita un ecosistema scomparso. A giudicare dal rilascio sperimentale d’acqua se venisse ripristinato l’antico flusso tornerebbe in vita anche il delta.

Nel 2012 le commissioni idrologiche di Messico e Stai Uniti hanno firmato un accordo che prevede ulteriori “pulsazioni” d’acqua. Nei prossimi cinque anni verranno rilasciati verso il delta un ancora 195 milioni di metri cubi d’acqua. Si tratta di appena l’1% del volume originale del fiume ma abbastanza per alimentare un flusso stagionale fino al Mar di Cortez e proseguire la fase sperimentale della parziale bonifica del delta. Un uso “natural” dell’acqua che è una  conquista importante considerata l’attuale scarsità e la richiesta sempre maggiore per usi commerciali.

 

Il delta redivivo

Il delta redivivo

 


Certo  il ripristino del delta non è pensabile senza una svolta nei consumi – non è pensabile “liberare” il fiume fin quando vi saranno le cascate dei casino di Las Vegas, migliaia di campi da golf e prati all’inglese irrigati  nel deserto. Il flusso dimostrativo però è  un buon passo verso possibili modelli di futuro sviluppo che siano più coscienti delle realtà geografiche e ambientali del Southwest, tantopiù nell’attuale instabile contesto climatico. La regione oggi è nel mezzo di una siccità di portata storica e i dati storici indicano che questo potrebbe essere lo stato “naturale” della regione. Gli ultimi 200 anni potrebbero cioè essere stati un “anomalia umida”. Se così  fosse gli effetti di un ritorno alla norma Arida potrebbero essere catastrofici.

Se il sudovest, costruito sulla scommessa di acqua a sufficienza stesse per entrare in un periodo di siccità  forse centenaria, come quelli ad esempio che in passato spazzarono via antiche civiltà come quella degli Anasazi, non basterebbero mille dighe a sostenere la popolazione. In California si dibatte oggi lo scavo di enormi canali sotterranei per portare acqua dal delta del fiume Sacramento, 600 km a nord,  verso i campi e le città del sud.  Ma le mastodontiche opere del Colorado insegnano che l’ingegneria ambientale può avere conseguenze catastrofiche. Sono in molti  a sostenere oggi che una crescita più sostenibile, nel rispetto più armonioso delle caratteristiche geoclimatiche sarebbe un idea molto migliore per il futuro. Un modello forse anche per altre regioni del pianeta destinate sempre di più  a far fronte alle conseguenze del mutamento climatico.

 

Guadalupe Project 29: Por Nosotros

East Los Angeles: foto LC

East Los Angeles: foto LC

Guadalupe Project 27: Nostra Signora de la Mercede

Foto LC

Thai Town: Foto LC

Guadalupe Project 26: Violet Virgin

Violet Virgin

Manifest Destiny

DiscountPhot LC

 

Failed Subdivision. Movaje, CA.

Failed subdivision, Mojave

 

Photo LC.