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ITALIANAMERICAN

Mafia II

Era il titolo del cortometraggio-intervista di Martin Scorsese ai suoi genitori girato nel 1974, subito dopo Mean Streets. Lui natiralmente e’ il  “poet laureate” dell’esperienza italo-amercana in tutto lo spelndore della sua etica ed estetica “coatta”, nella sua totale cooptazione ‘dal basso’ dell’american dream con tutto cio’ che ne consegue, ovvero quello che Scorsese ha sempre chiamato il lato oscuro del sogno americano. Il mese prossimo debuttera’ su HBO Boardwalk Empire la serie prodotta da Scorsese (sua anche la regia del pilot) ambientata ad Atlantic City nei primi anni della proibizione.  Un affresco-prequel sulle origini della criminalita’ mafiosa cui l’interdizione puritana dell’alcol offri’ un gigantesco incentivo (ma anche la fortuna dei Kennedy affonda le radici nello stesso humus grazie all’intraprendenza di nonno Joe). Oggi l’etos italoamericano e’ forse meglio rappresentato dai coatti balneari di Jersey Shore, ma c’e’ poco da fare l’italoamericanita’ rimane, e sempre lo sara’, legata a cosa nostra (quanto la carriera di Francis Ford Coppola, che verra’ onorato  a febbraio ocn l’Oscar alla carriea, sara’ sempre associata al Padrino). E’ cio’ che toglie il sonno al prof. Joseph Scelsa presidente della Coalition of Italian American Associations, che raccoglie l’arcipelago di associazioni che hanno di volta in volta boicottato film, pubblicita’ e serie come i Sopranos ritenute colpevoli di “perpetuare gli stereotipi negativi” sugli italoamericani. Ultimo cavallo di battaglia: Mafia II, il videogame appena uscito della 2K Games, contro cui oggi e’ stato annunciato l’ennesimo boicottaggio a causa della presunta  diffamazione degli italoamericani come mafiosi. Ennesima battaglia persa in partenza che naturalmente avra’ il puntuale effetto di regalare una montagna di pubblicita’ gratis ai gongolanti produttori; senza capire che nell’immaginario globale “mafia” e’ destinata a rimanere sinonimo di made in italy piu’ universale di qualunque prodotto o virtu’ nazionale promossa da campagne di immagine ufficiali. E come non si annunciano boicottaggi afroamericani ad ogni disco di gangsta rap sarebbe forse piu’ produttivo riuscire ad accettarlo scindendo il fenomeno culturale dall’”onore nazionale” e anzi magari appropriandosene.

TROTE LACUSTRI E SETTENTRIONALI

Dopo aver trascorso una piacevole estate a lavare i panni in Arno (e in Polcevere e Bisagno) chissa’ quanto ci mettero’ ora per smacchiarli. Un soggiorno in Italia per un oriundo come il sottoscritto e’ sempre una buona occasione per rinfrescare lo sguardo sulle mille idiosincrasie dell’anomalia italiana. In generale ogni visita riconferma che l’involuzione politica e culturale (assieme all’indole ostinatamente conservatrice in molti rispetti) collocano il paese in un orbita esterna dello Zeitgeist, una deriva singolare caratterizzata allo stesso tempo dal mutamento impensabile e dalla piu’ glaciale immutabilita’. Detto questo per altri versi l’Italia fa senz’altro parte del presente globale; non cesso di essere colpito ad esempio dai paralleli fra il populismo radicato in Padania e quello nato nelle province dell’America profonda, e cresciuto al tepore catodico di Fox News. Le straordinarie somiglianze cioe’ fra leghismo  e il movimento del tea party, figliastro brutto sporco e cattivo del reaganismo. Due movimenti orgogliosamente “low brow” che condividono la paranoia pastosa e la retorica che la esprime. I punti fissi del programma politico, i “talking points”, le frasi fatte gettate in pasto allo zoccolo duro acclamante, coincidono quasi alla lettera.  Sarah Palin e il Seantur condividono una riflessiva reverenza per il “duro lavoro” come virtu’ assoluta, un’ innata tendenza all’autarchia e l’insofferenza alla collettivita’ espressa dallo stato centrale e dalle sue imposte. Sia il Bossi-pensiero che la saggezza da sound-byte della mamma-orsa della destra verace americana cooptano, amplificano e sdoganano con nativo istinto per la politica populista, la xenofobia, diffidenza e paranoia  dei propri elettori. Sia il padre del celodurismo che l’idolo collorossista d’Alaska propagano fieramente  una visione sbrigativa del mondo, un razzismo appena velato e la diffidenza delle elite che sconfina in un anti intellettualismo liberatorio; la preferenza per la battuta da bar come veicolo di  saggezza popolare sul discorso articolato.  Fenomeni talmente speculari insomma da poter legittimamente essere visti come una specie di  archetipo antropologico; versioni del meme populista dell’era attuale – anche se a dire la verita’ lo sdoganamento e’ stato ben piu’ efficace in Italia: i teapartiers possono solo sognare una posizione di forza in una coalizione di governo nazionale come quella della lega – mentre non e’ ancora certo che non finiscano invece per avere un effetto distruttivo all’interno del partito repubblicano. Intanto in questi giorni di fine estate proprio in Alaska il palinismo ottiene uno dei suoi maggiori risultati con l’apparente vittoria  (lo spoglio proseguira’ ancora per qualche giorno) dell’esponente tea party Joe Miller  sulla conservatrice tradizionale Lisa Murkowski nelle primarie repubblicane dello stato. (Sarah Palin si e’ affrettata a definirla un  “miracle on ice”, il nome con cui e’ conosciuta la vittoria olimpica di hockey degli USA sugli URSS nel 1980).  Ma l’altra notizia provenuta dall’Alaska paliniana questa settimana e’ quella della probababile candidatura di Levi Johnston, genero Palin e modello part-time di Playgirl, a sindaco di Wasilla (carica che gia’ fu di Mamma Orsa).  Pure le trote si sono gemellate.

Avviso ai naviganti

Il blog va in vacanza. Arrivederci ad agosto.

This blog has gone to the beach – see you next month!

Oilcast

una mappa NOAA. In rosso dove il petrolio e' gia' arrivato sulla costa.

Ogni giorno la National Ocaenic Atmospheric Administration (NOOA) dirama una mappa con le previsioni sulla posizione della gigantesca macchia di petrolio nel Golfo del Messico per le prossime 24-72 ore. Le stime vengono fatte in base a dati satellitari, osservazioni dei sorvolamenti e l’elaborazioni di modelli delle correnti marine. Le mappe come quella qui sopra sono la rappresentazione geografica dei peggiori timori  della regione. Per le scorse due settimane la gente in Lousiana, sul bayou, le paludi dell’’hinterland di New Orleans e nello sterminato delta acquitrinoso del Mississippi  – un paesaggio piatto come lo stesso mare che si estende verso 100 km a sud della citta’, vero la foce del fiume  ha pregato per un miracolo. Ma col fallimento della cosidettea cupola , il disperato tentativo di tappare la falla di greggio, l’incubo sembra inevitabilmente  destinato a diventare realta’. Le prima palle di catrame stanno arivando sulle spiagge dell’Alabama a centinaia di miglia dall’”epicentro” e il petrolio sta insozzando i banchi di sabbia delle isole barriera e le loro risreve naturali di pesci, delfini, tartarughe e ucclli migratori. Piu’ drammatico per i pescatori del bayou,  le correnti che stanno spingendo l’olio  a ovest della foce dove le ricche colonie di ostriche e i bacini salmastri di gamberi costituiscono il sostentamento di migliaia di famiglie. E dalla crosta terrestre perforata a 1500 metri di profondita’, il greggio continua a sgorgare incontrollato.

vendita diretta di gamberi sul Bayou. Larose, LA.

BAD NEWS FROM THE BAYOU

National Guard resources mobilized to fight the spill yesterday, St Bernard Parish, Louisiana

Cattive notizie oggi dal centro operativo da dove tecnici e dirigenti della BP, ufficiali della guardia costiera, comandanti della guardia nazionale e rappresentanti di decine di altre agenzie federali, statali e scientifiche dirigono le operazioni d’emergenza contro la “marea nera” che si spande inesorabile nel Golfo del Messico (si, a macchia d’olio) . E’ fallita per il momento l’operazione  “campana” con cui si tentava di raccogliere il greggio fuoriuscente sotto una cupola di cemento e ferro per poi risucchiarlo in serbatoi. Lo ha ammesso nel briefing di poco fa Doug Suttles, presidente della BP America poiche’ quando la struttra da 100 tonnellate e‘ stata attentamente calata sulla falla principale di petrolio a 1500 metri di profondita’ la pressione ha rischiato di sollevarla come un palloncino. La causa e’ l’accumulo id “idrati” ovvero di gas metano mescolato ad acqua in forma cristallina per via della pressione e delle temperature gelide del fondale e cosi’ la campana e stata “posata” sul fondo a 200 metri dalla falla in attesa di nuove idee. ‘Non abbiamo mai provato operazioni simili’ continuano a ripetere i responabili rivelando una desolante  impotenza nell’arginare il disastro provocato. In altre parole non c’e’ piano di contingenza  oltre alla trivellazione di un secondo pozzo che potrebbe impiegare mesi e il ripiego difensivo con l’uso di detergenti chimici e barriere galleggianti e assorbenti che oggettivamente non potranno contenere a lungo  una macchia in espansione continua . E in Lousiana, dove pure l’industria del petrolio da lavoro a centinia di migliaia di persone, crecse il rimorso per la devastazione del golfo e l’angoscia di pescatori e cittadini.

Mother of all tampons: BP chief Doug Suttles said they were "sourcing" containment and absorbing boom from the entire planet.

ARIZONA BOICOTT

Prenotazioni d’albergo cancellate a valanga,  una proposta in consiglio a San Francisco per interrompere rapporti economici e una analoga in esame a Los Angeels per ritirare investimenti e terminare accordi commericali con l’Arizona. Il boicottaggio del turismo e il passaparola dei tifosi per astenersi dalle partite dei Diamondbacks, la squadra di baseball di Phoenix. La legge anti-immigrati passata in Arizona e firmata dalla governatrice sta scatenando un putiferio e un disastroso ritorno di immagine per lo stato “del Grand Canyon”  che su turismo e pensionamento ha fondato il boom degli ultimi decenni. Al punto che circa l’80% della popolazione residente proviene da altri stati  – eppure piu’ dei   pensionati trapiantati l’anno scorso dal Michigan, rischiano ora di venire “attenzionati” semmai gli unici veri indigeni: i Pima, Apache e Dine’ (Navajo), dalla pelle bruna come quella dei “clandestini” ispanici presi di mira dalla legge.  E’ probabile alla fine che la legge venga invalidata dai tribunali federali prima ancora di entrare in vigore, proprio per l’impossibilita’ di formulare criteri di “sospetta clandestinita’” che non siano fondati sul “profilo razziale”. E’ vero che le autorita’ federali conducono regolari retate anti-clandestini in fabbriche e aziende agricole, ma la prospettiva di fermi sulle pubbliche vie di persone dalla pelle bruna – lo stato di polizia – ha evidentemente colmato una misura costituzionale nella mente di molti americani, che non conoscono l’obbligo di portare i documenti. Questo, e l’indignazione per una legge contro un popolazione il cui apporto economico supera notoriamente il costo sociale. Da cui il fioccare dei boicottaggi di altri stati (e’ il federalismo bellezza!). Il tutto ha dei predecedenti;  quando l’Arizona fu l’unico stato a rifiutare la festa nazionale proclamata in onore di Martin Luther King. Allora svanirono in massa congressi e convention e il Superbowl venne spostato da Scottsdale – fin quando,  con un referendum, la festa passo’. Ora, oltre all’incidente  diplomatico provocato col Messico (primo partner commerciale dell’Arizona) si minaccia la rottura con l’amministrazione Obama e con gli stati vicini. La California medita addirittura di terminare i lucrosi  appalti  per la reclusione dei propri detenuti esportati numerosi nelle prigioni private nel deserto dell”Arizona.

Olden Globes

Fosforo e’ il primo blog che abbia bookmarkato e fra quelli piu’ consistentemente godibili che conosca. Prima che poi si venga a sapere e nell’interesse, come si dice, del full  disclousure questo post rivela senza possibilita’ di smentita uno sporoc segreto, ovvero che io e il tenutario di suddetto blog, Sergio, siamo amici di antica data –  parliamo di esperimenti formativi  adolescienziali –  e ancora pu’ singolarmente siamo rimasti in curiosa sintonia esistenziale pur separati nei decenni da oceani e continenti. Un sodalizio recentemnte rinsaldato con mio sommo piacere anche in occasione della cerimonia di cui sul post sopra. La convergenza parallela (e il plateale  conflitto di  incrociati interessi giornalistici)  continua in questo mio articolo sul numero di gennaio di  Artillery Magazine il cui soggetto e’…Sergio.