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Guadalupe Project 27: Nostra Signora de la Mercede

Foto LC

Thai Town: Foto LC

Game of Googles

 

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“We haven’t seen this rate of changes in computing in a long time, probably since the birth of personal computing. But we’re here because technology makes people’s lives better. We’re really only at one percent of what’s possible. Despite the faster pace of the industry we’re still moving too slowly”. 

Thus spake Larry Page (and alot more) at the inaugural address for Google I/O, the developers conference held at Moscone Center May 15-17. The live blog by Wired was reminiscent of the Steve Jobs speeches, in other words halfway between nerd rock concert and religious revival. As Google and co. are designing (and privatizing) the third industrial revolution that is shaping our (brave) new world, it might be time to think a bit more critically about the implications like Jaron Lanier does in his new book.

 

Joff

 

Also. Is it me or does he look like cruel teenage king Godfrey?

Zero Dark 30

L’eliminazione di Osama Bin Laden oltre che leitmotiv della scorsa convention democratica dove e’ stata spremuta davvero all’eccesso come trampolino propagandistico per la rielezione di Barack Obama, e’ stata l’apoteosi della guerra segreta sdoganata come fase attuale dell’antiterrosimo globale. Non c’e quindi da sorprendersi (mentre anche l’Europa adegua l’hardware alle esigenze di ua geurra tecnolgicamente purificata) se oggi i protagonisti occulti del conflitto colonizzino l’immaginario di Hollywood. Aveva cominciato Jack Bauer, l’eroe di “24”, a segnalare una nuova tendenza ma ora i suoi discendenti si moltiplicano popolando cinema serie TV (per non parlare ovviamente dei videogame) in un tripudio di black ops, missioni segrete e surgical strikes capaci di assestare maschi sganassoni al nemico ovunque egli si nasconda, senza fastidiose incombenze democratiche – una dose di giusta supremazia coperta da una superiore potenza di fuoco. Pensiamo a Act of Valor un maxispot di arruolamento mascherato da film d’azione e cofinanziato dal Pentagono di cui ci siamo occupati qualche settmana fa, a serie TV come Last Resort che contamina il genere cripto-militare col format di Los,t su un equipaggio apparentemente ammutinato di un sottomarino nucleare che si rifugia in un isola tropicale. Poi appunto c’e’ Osama il cui fantasma si aggira oltre che per la campagna elettorale anche nei palinsesti e nei cinema. Seal Team Six e’ un docudrama che del raid su Abbotabad fa un roboante melodramma maschile farcito di muscoloso spirito di corpo in caserma mentre i ragazzi si apprestano a sferrare la giusta vendetta. Il TV movie ha lo stesso titolo del libro scritto sotto pseudonimo da uno dei membri della squadra dei seals effettivamente impegnata nell’assassinio mirato” e che ha provocato non poche polemiche per non essere stato autorizzato dal Pentagono e per aver contravvenuto al vangelo di segretezza di tutte le teste di cuoio (che mica poi vogliamo sapere cos’e’ che fanno per mantenerci liberi). L’ultima entry nel genere e’ qualla di maggiore prestigio, cioe’ il Zero Dark 30 diretto da Kathryn Bigelow, gia’ premio Oscar per Hurt Locker uno degli sguardi piu’ taglienti sulla campagna irachena della US Army. Il film ha avuto una produzione tortuosa, nella fattispecie era in corso d’opera all’epoca del raid ed ha quindi necessitato una radicale riscrittura da parte del’autore Mark Boal quando gli eventi hanno fornito un finale defintivo. In seguito e’ stato al centro di un polverone quando i repubblicani hanno accusato l’amministrazione di avere favorito i produttori per trarne un vantaggio propagandistico pre elettorale. Alla fine la Bigelow ha strutturato il suo film come la cronaca di un ossessione, quella di una giovane agente della CIA (Jessica Chastain, bravissima) che viene assegnata al caso e per anni cerca indizi che possano condurre a Bin Laden. Quasi tutti provengono dalla tortura di prigionieri, a Guantanamo, nella base di Bagram e in vari “black sites”, le prigioni segrete e illegali mantenute dalla CIA in giro per il mondo con l’obbeittivo di stroncare i prigionieri nemici con tecniche degne di un carnefice cileno. Il primo grande pregio del film e’ di mostrare lucidamente la dovizia “tecnocratica” con cui vengono condotti gli orrori e l’efficacia della tortura non a caso adottata come policy ufficiale dagli Stati Uniti di Bush. Ma il cuore del film e’ l’ossessione, appunto, quella che attanaglia la protagonista – donna in un universo maschile (anzi due – quello islamico e quello dell’esercito e della burocrazia USA) – per la quale la “guerra” e la “giustizia” diventa una monomania consumante. C’e’ stato gia’ chi ha ravvisato un naturale parallelo con l’esperienza dell’unica regista donna vincitrice dell’Oscar a Hollywood. A noi pare ancora piu’ efficace la metafora con l’attuale ossessione americana e occidentale.

VOTO USA: IN VIAGGIO NEGLI STATI TRINCEA

L’appuntamento e’ all’angolo di Washington e San Pedro, zona industriale. Al primo chiarore dell’alba un capannello di persone con in mano tazze di caffe’ fumante discute appoggiato alle macchine nel parcheggio di un bar.  Sono volontari della campagna Obama che si preprano ad una giornata di canvassing, le ronde porta a porta che sono una componente essenziale della strategia elettorale nelle ultime settimane di campagna. Quando arrivano anche gli ultimi della lista che hanno aderito all’appello diramato in rete, il coordinatore divide i volontari in gruppi di due o tre e distribuisce le cartine che indicano ad ogni squadra la zona di competenza. Ogni mappa descrive  un area di una ventina di isolati perlopiu’ composti di villette a schiera di nuova fabbricazione, quelle che durante il boom immobiliare sono spuntate come funghi alla periferia di…Las Vegas. Si perche’ questo venerdi’ mattina  come in  ognuno dei weekend che precedono il voto, i volontari californiani saliranno in macchina per fare i 500 km che separano Los Angeles dalla scintillante capitale del gioco d’azzardo nel deserto del Nevada. Verso mezzogiorno attraverseranno il fiume Colorado che denota il confine della California ed entreranno in uno dei sette stati che sceglieranno il prossimo presidente americano.  Per effetto del sistema elettorale infatti le grandi metropoli liberal delle coste, New York, Boston. Seattle, San Francisco sono praticamente insignificanti nel detrminare l’esito dell’elezione. Cosi’ anche i grandi stati dell’America profonda, le roccaforti repubblicane del Texas, il blocco “rosso” del sud-Est e quello altrettanto conservatore arroccato sulle montagne rocciose, dal Montana all’Arizona. Nel sistema americano ogni stato esprime un numero di grandi elettori che assieme compongono un “collegio elettorale” di 538 votanti. Il candidato che ottiene la maggioranza di questi voti – cioe’ almeno 270 preferenze – diventa presidente Gli stati selezionano gli elettori (electoral votes) con un sistema maggioritario secco di modo che ognuno produrra’ un blocco unico,  democratico o repubblicano, e’ la caratteristica per cui e’ possibile vincere le elezioni pur senza ottenere la maggioranza del voto popolare, come accadde per George Bush nel 2004 (e’ tecnicamente possibile anche uno scenario di parita’ sui 269 delegati ciascuno,  nel qual caso l’elezione viene determinata da un voto della camera, dove la maggioranza e’ detenuta dai repubblicani). In 41 stati  dell’unione i giochi sono fatti: le maggioranze ampie e scontate, l’esito ampiamente prevedibile. La California,  come lo stato del New York per esempio, sono democratici da generazioni per via della maggioranza liberal dei ceti urbani e la radicata tradizione sindacale.  Gli stati dell’interno  esprimono invece la schiacciante maggioranza conservatrice della cultura rurale, tradizionalista e religiosa. I due stati “non contigui”, le Hawaii e l’Alaska sono di solida fede rispettivamente democratica e repubblicana.  In solo nove stati su 50 l’esito e’ ancora in forse, i cosiddetti “frontline states” i distretti in “prima linea” dove il risultato favorendo Romney o Obama influenzera’ l’esito finale dell’elezione. Cosi’ seguire la campagna  dalla California, lo stato áncora della “left coast”, significa assistere ad una partita che si decidera’ in trasferta. Nei mesi di campagna i candidati da queste parti si sono fatti vedere un paio di volte appena e unicamente per rimpinguare i forzieri elettorali con fund-raiser a base di celebrita’ hollywoodiane o magnati di Silicon Valley. Malgrado i milioni record di dollari versati a favore dei due partiti per saturare l’etere di spot elettorali un telespetattore californiano difficilmente inciamepra’ su una pubblicita’ politica. Il fuoco incrociato dei ”negative ads” e’ tutto concentrato invece sulle emittenti di Ohio, Florida, Virginia, Iowa, Wisconsin, Minnesota, Colorado, New Mexico e, appunto,  il Nevada dove  sono dirette le carovane pro-Obama partite da L.A.  (un analogo convoglio questo fine settimana ha lasciato San Francisco alla volta di Reno, nel nord dello stato). I volontari sanno bene che nessuno sforzo potra’ modificare significativamente gli equilbri politici in  California: Obama vincera’ con il 60% dei voti circa e ottera’ cosi’ tutti e 55 i voti elettoriali. L’unico modo in cui un californiano puo’ influire sulla scelta del prossimo presidente quindi e’ “emigrare” il che spiega la campagna “in trasferta”  dei volontari che si danno appuntamento davanti al quartier generale di Obama ad Henderson, un sobborgo di Las Vegas,  pronti a consolidare il supporto del presidente (o arginare le defezioni data la batosta del dibattito) e in ogni caso invitare ogni potenziale elettore a iscriversi alle liste e recarsi ai seggi. Si chiama get out the vote ed e’  la spinta cruciale che caratterizza la fase finale di ogni campagna, particolarmente importante per Obama per cui uno dei pericoli maggiori quest’anno e’ costituito dal potenziale assenteismo, specialmente fra quei di quei giovani che quattro anni fa erano affluiti massicciamente  ma che ora danno preoccupanti segnali della consueta ignavia. E’ il cosiddetto enthusiasm gap, la scarsa motivazione che costituisce l’incognita non rilevabile dai sondaggi cioe’ se la preferenza anche dichiarata si tradurra’ poi in un voto effettivo. Per questo e’ cosi’ cruciale il lavoro di “piazzisti” svolto in queste periferie replicanti dove vivono perlopiu’ pensionati e lavoratori dei casino’. Il Nevada tende storicamente a votare repubblicano o almeno cosi’ e’ stato fin quando ha rispecchiato il tradizionale profilo demografico dell’Ovest: popolazione rurale di scarsa densita’ e valori conservatori. Ma il boom di Las Vegas durato oltre deici anni fino ad appena prima del crac,  ha importato in questa terra di allevatori bianchi una popolazione multietnica di lavoratori urbani, una crescita che ha alterato gli equilibri a favore di neri e latinos che tradizionalmente favoriscono il partito democratico. La trasformazione della citta’ del peccato in divertimentificio di massa inoltre ha fatto di Las Vegas una roccaforte sindacale che si e’ sostutita ai centri manifatturieri della Rust Belt deinsdutrilazzata consolidando la base politica ed economica dei democratici. Determinante nella vittoria di Obama qui quattro anni fa  e’ stata la capillare mobilitazione del potente sindacato degli alberghieri ispanici  (qui e’ nota come la culinary) impiegati nei mega hotel-casino’. Il Nevada insomma e’ emblematico di quelle faglie demografiche e “culturali” che riflettono le tendenze sociali dal paese e lungo le quali di decide la politica dell’ultima superpotenza. Una curiosa dinamica regionale che ingigantsice l’importanza di una manciata di elettori in specifici settori di una manciata di stati.  In Florida, forse il piu’ cruciale degli stati-trincea, la dicotomia, se possibile, e’  ancora piu’  idiosincratica, una gara fra anziani pensionati, con una forte componente di ebrei provenienti dall East Coast e coriacei Cubani anticatsristi, ragione per cui uno dei  piu’ celebri spot virali pro-Obama e’ stato quello della comica Sarah Silverman che invitava la propria nonna a votare per il presidente “anche se e’ negro”. Da canto loro i Cubani, e l’argomento anacronistico cui tengono monomaniacalmente esercitano da 50 anni nella politica presidenziale americana un influenza grottescamente sproporzionata rispetto ai propri effettivi numeri grazie solo alla loro strategica ubicazione nella mappa elettorale. Domenica sera mentre il tramonto tinge di fuoco le montagne dietro i casino’,  i frontalieri californiani del voto impacchettano i cartelli Obama nei bauli e riprendono la via del rientro sulla Interstate 15, sperando di aver fatto abbastanza oggi per la causa. Una volta tornati a casa potranno solo sperare che i loro concittadini in Nevada, Florida, Ohio e una manciata di altri stati eleggano il loro candidato.

 

Occupy LA day one

 

Il movimento degli “indignati” contro il complesso politico-finanziario si estende in America. Dal primo ottobre e’ attivo il presidio Occupy LA, l’occupazione a oltranza davanti al municipio di Los Angeles, in solidarieta’ con l’occupazione di Wall street a New York e simili inizitaive prevista in dozzine di citta’ americane. Fra i militanti in California, Daniele Colaiacomo, imprenditore creativo nel settore della computer grafica e animatore della sezione mediatica del movimento.

John Black at the Rotary Room

http://www.youtube.com/watch?v=eYlk5P3nRmQ

LOS ANGELES: APRIL 2011

Eastside Music

http://www.youtube.com/watch?v=v9u-4ANcBq8

Vincent & Mr. Green featuring Keefus and Jade play the Rotary room – the weekly musical showcase they headline and organize Tuesday nights at the Little Temple in East Hollywood via Mr. Tamale, also in charge of projection art.

PASSAGGIO A SUDOVEST

http://www.youtube.com/watch?v=p4ExnANR-bA

In volo da Burbank a aPhoenix passando sui paesaggi topici del Mojave il deserto piu’ affollato. Musica di John Adams

MOTOR CITY INGRANA LA RETROMARCIA

Motown Baroque

Malgrado i milioni spesi dalla Chrysler per la campagna promozionale con Eminem che decanta il vigore congenito della Motor City, malgrado la ripresina delle case automobilistche  (ma ancora un paio di  aumenti della benzina gia’ salita del 20% negli ultimi 6 mesi, e potrebbe andare tutto a a ramengo), i dati dell’ultimo censimento rivelano che Detroit, antica capitale metalmeccanica d’America e’ una citta’ morente. Nell’ ultimo decennio la popolazione di quella che e’ ormai il capoluogo simbolo della deindustrializzazione e del declino manifatturiero e’ scesa di un incredibile 25% – una citta’ svuotata fatta di quartieri abbandonati e rovine fatiscenti, utile archeologia di un prossimo futuro occidentale. Una depopolazione seconda solo a quella subita da New Orleans la cui popolazione post-Katrina e’ scesa del 26% (ma i cittadini scomparsi da Detroit sono stati  237500 contro i 140000 scappati da New Olreans). Implosioni speculari,  incidentalemnte, di due metropoli topiche afroamericane. Qui il link alle splendide  immagini  di barocco michiganese raccolte  da  Ives Marchand e Romain Meffre nel libro di foto Ruins of Detroit da poco pubblicato .