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L’elefante bianco

WHITE PRESIDENT – ELEFANTE BIANCO

Quattro giorni dopo le elezioni dell’8 novembre 2016, in un’America che ancora non si capacita di ciò che è accaduto, va in onda la prima puntata di Saturday Night Live dell’era Trump. Ormai alla quarantaduesima stagione, lo storico varietà della NBC è uno dei più longevi programmi della TV americana e, dai tempi dell’imitazione di Gerald Ford resa celebre da Chevy Chase nel 1976, una vetrina di satira politica. Il finto telegiornale Weekend Update inventato dal produttore Lorne Michaels, che ha anticipato un format divenuto poi parte del repertorio satirico universale (nonché precursore del concetto stesso di fake news), è stato e rimane un appuntamento settimanale fisso e una voce progressista nell’etere americano. Nel 2008, SNL si è schierato apertamente con la campagna di Barack Obama, riflettendo – e secondo alcuni influenzando – le opinioni del suo pubblico in gran parte giovanile e urbano.

Quella sera dunque, il primo sketch non poteva non affrontare l’elezione di un candidato “impensabile” come Trump. La scena prescelta è quella di un gruppo di amici trentenni – tutti bianchi – che seguono in diretta i risultati elettorali dal loro appartamento newyorchese. “Stiamo per diventare testimoni di un evento storico: una donna presidente!” esclama una di loro (Cecily Strong), con in mano un bicchiere di Chardonnay. Fra i convitati illuminati e progressisti che disquisiscono sul margine con cui Hilary Clinton sta per aggiudicarsi la vittoria citando sondaggi di Huffington Post e di Slate, spiccano un paio di voci fuori dal coro – Chris Rock e Dave Chappelle, due dei maggiori comici African American della generazione dei quaranta-cinquantenni, entrambi discepoli artistici di Lenny Bruce e Richard Pryor per l’acume di una satira sociale radicata nelle ipocrisie di classe e soprattutto razziali stratificate in America.

Ai giovani millennial che aspettano compiaciuti di stappare lo champagne, Chapelle rivolge un’ occhiata scettica e una domanda ironica: “Sapete, è un grande paese questo…ci siete mai stati?” Man mano che passa il tempo e la TV annuncia stato dopo stato le vittorie di Trump, gli amici si aggrappano increduli alla speranza sempre più tenue di una tardiva rimonta di Hillary Clinton, passando dagli aperitivi agli antidepressivi, fino all’ineluttabile epilogo. “O Dio mio, mi sa che l’America è un po’ …razzista..” esclama affranta e stordita la Strong “Davvero? – risponde Chapelle – ora che me lo dici mi ricordo che anche mio bisnonno me lo diceva sempre. Ma in fondo che ne sapeva lui? Era uno schiavo”. “Questa elezione è la cosa più vergognosa mai fatta da questo paese…” aggiunge il giovanotto che poco prima citava fiducioso le analisi del New York Times. I due neri del gruppo si guardano e scoppiano in una sonora risata, il riso amaro di una nazione che torna ad affrontare antichi demoni .

L’autoironia dello sketch contrappone l’ingenuità dei giovani cosmopoliti, prigionieri della liberal bubble nel loro brownstone di Manhattan all’antica consapevolezza di chi col sopruso suprematista ha il rapporto intimo che deriva da una storia secolare. Una sintesi in poche battute dello sguardo afro-americano su un risultato elettorale che rappresenta la restaurazione di un ordine atavico dopo una stagione “anomala”: la sostituzione della prima presidenza nera con quella di Donald Trump, che Ta Nehishi Coates ha definito “la prima presidenza bianca”. Ovviamente ognuno dei 43 presidenti che l’hanno preceduto, da George Washington fino al 2008, era stato un Presidente bianco, ma nella provocazione di Coates, quella di Trump poteva considerarsi la prima presidenza intenzionalmente, “aggressivamente” bianca, in quanto figlia della reazione a Barack Obama.

Coates è una delle nuove voci più incisive della “black identity”. Il suo primo libro, Tra Me e il Mondo, è un compendio lucidamente personale dell’esperienza nera in America, un testo che fotografa la persistente spaccatura del suo paese pur nel momento della presidenza “post-razziale” di Barack Obama. Coates delinea una intima fenomenologia del razzismo come stato esistenziale schiacciante, e traccia l’anatomia dell’ideologia suprematista che attraverso la storia ha straziato fisicamente e metaforicamente i corpi afroamericani legandoli in una catena sanguinosa fatta di schiavitù, linciaggi, incarcerazioni, fino all’attuale scempio degli omicidi di polizia. Una storia in cui la violenza si stratifica inesorabile nella psiche delle razze e dello stesso paese, una sorta di Soul On Ice per il nuovo millennio, che a differenza però di quel testo di Eldridge Cleaver o di classici della presa di coscienza militante come l’Autobiografia di Malcolm X, è circonfuso da una consapevolezza che sfiora a tratti la disperazione per la persistenza del suprematismo, pur nell’era del presidente nero[1]. Tra Me e il Mondo è un testo che ricostruisce la traiettoria americana dallo schiavismo su cui poggiano le fondamenta del proto capitalismo, all’ideologia suprematista da cui dipende, anche successivamente, il frazionamento e il controllo delle classi subalterne. Il razzismo dunque come dispositivo politico e culturale originario di cui Trump è solo l’ultima e più palese incarnazione.

Più che un manifesto politico, il libro, sotto forma di una straziante lettera al figlio, squaderna con precisione emotiva il trauma dell’ingiustizia sulla psiche afroamericana. È una versione letteraria dell’agghiacciante monito che i genitori afroamericani sono tenuti a trasmettere ai figli come rito di passaggio adolescenziale, quando spiegano loro l’importanza della cortese sottomissione in ogni incontro con le forze dell’ordine per evitare di finire crivellati sulla via di casa. Un’analisi lucida e quasi rassegnata delle iniquità introiettate che la stagione della contestazione e dei diritti civili non ha potuto modificare sostanzialmente, e che continua ineluttabilmente a mietere giovani vittime nel nuovo millennio.

La scrittura di Coates riflette la consapevolezza che emerge anche nelle conversazioni con i nuovi militanti di area Black Lives Matter, spesso studenti, a volte figli di una black middle class , che grazie al movimento per i diritti civili hanno potuto usufruire di alcuni benefici materiali. Come una delle organizzatrici delle manifestazione di Los Angeles contro la brutalità della polizia, una delle numerose proteste che nel 2016 attraversavano le strade americane. “Io sono una militante di terza generazione,” mi disse allora. “Tempo fa ci è capitato di sfilare sotto i manifesti pubblicitari di Selma (il film di Ava DuVernay sulla storica marcia di Martin Luther King in Alabama). Vedete l’ironia? Stiamo tornando a combattere le lotte dei nostri nonni. È anche un problema di memoria storica sistematicamente estirpata, vedi le conquiste delle pantere nere asfaltate dall’era Reagan. Ondate successive di contestazione che puntualmente svaniscono. Noi non possiamo permettere che questo avvenga ancora, tantomeno oggi che nei social media fioccano rabbia, frustrazioni ed opinioni senza alcun fondamento storico.”

Quest’ultima constatazione si sarebbe rivelata profetica dato il ruolo giocato dalla disinformazione nel turbine demagogico trumpista. Uno dei meriti di Martin Luther King fu di plasmare una “narrazione afroamericana della speranza” , incastonandola nell’ oratoria dell’ “I have a dream” e dell’ “arco lungo della storia che si incurva verso la giustizia sociale”. Di plasmare cioè una traiettoria ideale di progresso, lento ma inesorabile, di un traguardo a portata di mano. Trump decostruisce quella e tutte le narrazioni nel prisma apoplettico della bagarre digitale. Il suo strumento sono i 280 caratteri di Twitter applicati al depistaggio permanente in un remix di slogan, polemiche e prepotenze assortite. La “narrazione” di Trump è il contrario di una traiettoria lineare: è un vortice antistorico in cui tutto – la storia e l’inconscio primitivo del paese – viene quotidianamente rivangato. Per gli afroamericani questo significa, come lasciava intendere lo sketch di SNL e come postula Coates, un ritorno alle origini tossiche del paese, che legano i neri d’America all’infausto destino di vittime necessarie di un imperante suprematismo. In We Were Eight Years in Power, il suo libro pubblicato ad ottobre, Coates (diventato nel frattempo autore del fumetto Marvel Black Panther) elabora in termini storico-politici questo concetto, accostando la presidenza Obama alla reconstruction, la stagione riformista seguita alla guerra civile e all’“emancipazione” degli schiavi.

Reconstruction

Nella sua analisi, la prima presidenza nera, quella di Obama, innesca un reazione atavica e inevitabile, proprio come a suo tempo aveva fatto la liberazione degli schiavi e l’esperimento della “ricostruzione” in cui agli stati del Sud sconfitto e militarmente occupato erano state imposte pesanti sanzioni e l’obbligo di permettere agli ex schiavi di votare e di ricoprire cariche pubbliche. Alla costituzione originaria vennero apposti tre emendamenti – il 13mo, 14mo e 15mo – che sancivano libertà, cittadinanza e suffragio per gli ex schiavi. In molti stati sudisti la forza lavoro coatta rappresentava la maggioranza numerica della popolazione e nel giro di tre anni i parlamenti statali nel sud comprendevano il 15% di rappresentati di colore. Tutto questo a fronte di una feroce resistenza anche armata e terroristica da parte di milizie irredentiste fra cui il Ku Klux Klan (il tema del Birth of a Nation di D.W. Griffith). Alla fine anche le fazioni “radicali” dei repubblicani lincolniani persero la volontà politica di proseguire la lotta politica a favore degli ex schiavi. Nel 1877, con la riconquista del Congresso federale da parte dei (filo sudisti) democratici, la definitiva pacificazione post-guerra civile si celebrò serrando i ranghi di una superiorità bianca bipartisan: i democratici acconsentirono all’elezione di un presidente repubblicano, Rutheford B. Hayes, in cambio della fine della reconstruction, un accordo che riconsegnò il sud ai democratici “post-confederati”, segnando la fine della più ambiziosa opera di ingegneria sociale della storia del paese. Prontamente abolite le norme “radicali” per l’integrazione degli ex schiavi , venne ristabilita la subalternità dei neri e bloccato di fatto il loro accesso al voto. All’esperimento della ricostruzione erano seguiti i linciaggi del Ku Klux Klan e le leggi Jim Crow che codificavano l’apartheid sudista, destinato a durare altri cento anni e a perseguitare gli afroamericani anche nella successiva diaspora.

Coates descrive come un secolo e mezzo dopo, con Trump, la storia si stia in buona sostanza ripetendo. Al “buon governo” del primo presidente nero, al suo salvataggio di un’economia spinta sull’orlo del baratro dall’azzardo finanziario, al suo riformismo cauto e moderato, ai suoi toni pacati, la congenita pulsione suprematista americana ha risposto con la scelleratezza di Trump, cui sono concesse le più straordinarie enormità in cambio della restaurazione bianca. Trump è espressione di forze che devono azzerare il suo predecessore e con lui il retaggio di cinquant’anni di progressismo sfociato nel Civil Rights Act che nel 1964 formalizzava in legge federale le pari opportunità, sostanzialmente ribadendo – un secolo dopo – l’assunto della reconstruction. Obama, il presidente bi-razziale e attivista sociale, ha in qualche modo rappresentato il migliore prodotto possibile dell’ideale progressista che voleva porre rimedio almeno parziale ad antiche e fisiologiche malformazioni razziste. E per questo, pur se figura tutt’altro che radicale, Obama ha rappresentato per i redivivi teorici della “difesa della razza e della cultura”, come Steve Bannon e i suoi accoliti Alt-right, una figura inaccettabile che occorreva a tutti i costi azzerare. È una rimozione necessaria a ristabilire equilibri originari che molti – come quei ragazzi nell’appartamento di Manhattan – ritenevano erroneamente riposti nella pattumiera della storia.

Di tutti i fattori che sottendono l’improbabile, repentina ascesa trumpista l’impulso alla rivincita bianca è certamente fra i più fondamentali. Più della tanto evocata rivalsa della working class, più della tenue motivazione “antiglobalista”, certo più del presunto zelo evangelico del libertino palazzinaro – o quantomeno è il fattore che “colora” ciascuno di questi. La virulenza della reazione bianca si spiega con il bisogno primoridiale di rimozione (dei neri, di Obama…) in quanto testimonianza vivente che la mitologica “libertà” americana è stata predicata sullo sfruttamento degli schiavi. Un po’ come gli immigrati e i profughi naufragati sulle spiagge d’Europa sono la scomoda evidenza del debito contratto in secoli di colonialismo e dunque da cancellare ferocemente.

Sin dalla campagna elettorale, i neri d’America non hanno dunque avuto dubbi sui moventi profondi di Trump, riconoscendo subito i segnali (non tanto) cifrati della sua retorica. In tutti i sondaggi il miglior indizio di preferenza trumpista alle urne rimane infatti la razza dell’interpellato[2]. Hanno votato per Trump la maggioranza degli uomini bianchi in tutti gli strati sociali e, di misura, anche la maggior parte di donne bianche che hanno preferito un fedifrago misogino dichiarato alla prima candidata donna. In base a questi dati Coates, come molti neri, rifiuta la semplificazione che spiega l’ascesa di Trump con la giusta indignazione “di nobili e semplici pompieri di provincia derisi da hipster newyorchesi.” Se è vero che il trumpismo è il frutto di una pluritrentennale radicalizzazione reazionaria, la strumentalizzazione degli impulsi razzisti attuata da Trump affonda in un torbidume che precede di molto la Reagan revolution: un lessico così implicitamente razziale non si era visto dai tempi di George Wallace, l’ultimo dei razzisti confederati del vecchio Sud a candidarsi alla presidenza. Non a caso Trump ha scelto da subito gli affondi razzisti e xenofobi come biglietto da visita nell’annunciare la sua candidatura, per farne poi un tema ricorrente della sua demagogia. Gli attacchi ai Messicani stupratori e ai musulmani terroristi, alle femministe rompiballe e ai bacchettoni della correttezza politica… è un repertorio che va oltre la retorica delle guerre culturali: è il richiamo intenzionale e inequivocabile agli impulsi più sinistri della storia nazionale.

Ai neri Trump non ha bisogno di rivolgere insulti diretti: ha a disposizione un vocabolario atavico , che discende dalla lunga storia di generazioni di schiavi tenuti in riga dagli scagnozzi armati delle piantagioni. Le foto con gli agenti in divisa fatte a ogni scalo elettorale sono un messaggio preciso nel momento in cui un nuovo movimento afro americano si coalizza contro la brutalità della polizia – dopotutto, lo slogan “Blue lives matter” è calibrato direttamente contro Black Lives Matter. Se mai rimanessero dubbi a riguardo, basta a fugarli la processione di sceriffi e poliziotti che dal palco della convention di Cleveland invocano ordine e pugno di ferro contro “gang ispaniche”, criminali clandestini e “teppisti” (thugs – altro velato eufemismo per “nero poco di buono”). Da presidente Trump continuerà il richiamo alle forze dell’ordine e a luglio alzerà il tiro. Davanti a una platea di poliziotti di Long Island, esorterà gli agenti – parte di quella forza dell’ordine che miete ogni anno oltre mille vittime nel paese – a non andare troppo per il sottile. “Perché trattare questi criminali sempre coi guanti?” chiederà. “Se fossi in voi li strapazzerei un pochino.” Il primo aperto invito di un Presidente ai soprusi di polizia.

Come tanti autocrati e tiranni prima di lui, Trump capisce istintivamente l’immensa potenza del richiamo razziale e identitario, specie se in volatile miscela con la violenza. Né mostra scrupolo alcuno nel rimestare le smisurate riserve dell’uno e dell’altra di cui dispone il suo paese. Se per molti Americani Trump evoca l’incubo del Dr Strangelove o la caricatura di un despota narcisista, per i neri d’America nessun Presidente ha incarnato meglio di lui l’archetipo grottesco del padrone onnipotente e vendicativo. La sistematica rimozione di ogni politica obamiana- le sue leggi sull’ambiente, sulla salute, i trattati internazionali – è un’opera cui si dedica con foga ossessiva, che ricalca, scrive Coates, le punizioni per rimettere il negro al posto suo dopo un’insubordinazione. Niente avrebbe potuto dimostrare la sua tesi in modo più lampante di quanto stava per accadere in una tranquilla città universitaria, celebre come residenza del più riverito dei padri fondatori, Thomas Jefferson: Charlottesville.

Reference Images

MAXXI museum by Zaha Hadid
Mixing different surfaces

Lobby of their (ex) Beverly Hills building
Using lobby to also exhibit
The Netflix lobby is unassuming but uses projection walls to enhance the space
Incorporating logo in surfaces
Two building solution
Cladding

TRUMPLAND

COP CELADA TRUMPLAND copertina ultima

Sulle conseguenze e sull’esito finale del trumpismo l’America si gioca tutto, e con lei l’intero Occidente. La posta in palio è enorme; l’esperienza trumpista e come il Paese saprà reagirvi potrebbero determinare l’esito finale dell’esperimento democratico americano. Non è difficile oggi visualizzare lo scenario peggiore, quello di un collasso o comunque di una pericolosa involuzione della maggiore democrazia occidentale sotto il peso di un sistema politico destabilizzato che ha finito per produrre una fatale anomalia. Alla radice del trumpismo c’è l’insostenibile disuguaglianza sociale prodotta dal tardo neoliberismo che, opportunamente strumentalizzata, ha permesso l’ascesa di un tiranno populista al servizio di una plutocrazia rapace. L’ironia amara è che la definitiva razzia viene fatta nel nome delle vittime già sacrificate dal tardo capitalismo, i diseredati di un sistema che li ha relegati come detriti economici nell’hinterland in una stagnazione disperata mentre nelle città e nei sobborghi di lusso dove la Trump Inc edifica grattacieli e campi di golf i cantieri non riescono a star dietro al boom della domanda dei ceti super privilegiati, dei finanzieri e delle caste digitali di Silicon Valley.

In questo scenario molti hanno tutto da perdere: immigrati, poveri, minoranze etniche e sociali, donne, progressisti. Per tutti un regime fondato su paranoia, prepotenza, avidità, patriarcato e xenofobia comporta gravi pericoli. Se l’Europa affronta oggi i fantasmi degli anni Trenta, l’attacco concertato a istruzione, scienza, libera espressione, integrazione, solidarietà, per l’America evoca lo spettro delle componenti peggiori del suo carattere nazionale. La regressione identitaria e intollerante può innescare cortocircuiti fatali in un melting pot mai comunque del tutto risolto. Se l’involuzione xenofoba è infatti speculare a quella europea – come dopo Charlottesville ha dimostrato ad esempio Macerata – , in una società multietnica matura come quella americana ha un potenziale ancor più catastroficamente distruttivo.

Guadalupe Project 27: Nostra Signora de la Mercede

Foto LC

Thai Town: Foto LC

Game of Googles

 

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“We haven’t seen this rate of changes in computing in a long time, probably since the birth of personal computing. But we’re here because technology makes people’s lives better. We’re really only at one percent of what’s possible. Despite the faster pace of the industry we’re still moving too slowly”. 

Thus spake Larry Page (and alot more) at the inaugural address for Google I/O, the developers conference held at Moscone Center May 15-17. The live blog by Wired was reminiscent of the Steve Jobs speeches, in other words halfway between nerd rock concert and religious revival. As Google and co. are designing (and privatizing) the third industrial revolution that is shaping our (brave) new world, it might be time to think a bit more critically about the implications like Jaron Lanier does in his new book.

 

Joff

 

Also. Is it me or does he look like cruel teenage king Godfrey?

Zero Dark 30

L’eliminazione di Osama Bin Laden oltre che leitmotiv della scorsa convention democratica dove e’ stata spremuta davvero all’eccesso come trampolino propagandistico per la rielezione di Barack Obama, e’ stata l’apoteosi della guerra segreta sdoganata come fase attuale dell’antiterrosimo globale. Non c’e quindi da sorprendersi (mentre anche l’Europa adegua l’hardware alle esigenze di ua geurra tecnolgicamente purificata) se oggi i protagonisti occulti del conflitto colonizzino l’immaginario di Hollywood. Aveva cominciato Jack Bauer, l’eroe di “24”, a segnalare una nuova tendenza ma ora i suoi discendenti si moltiplicano popolando cinema serie TV (per non parlare ovviamente dei videogame) in un tripudio di black ops, missioni segrete e surgical strikes capaci di assestare maschi sganassoni al nemico ovunque egli si nasconda, senza fastidiose incombenze democratiche – una dose di giusta supremazia coperta da una superiore potenza di fuoco. Pensiamo a Act of Valor un maxispot di arruolamento mascherato da film d’azione e cofinanziato dal Pentagono di cui ci siamo occupati qualche settmana fa, a serie TV come Last Resort che contamina il genere cripto-militare col format di Los,t su un equipaggio apparentemente ammutinato di un sottomarino nucleare che si rifugia in un isola tropicale. Poi appunto c’e’ Osama il cui fantasma si aggira oltre che per la campagna elettorale anche nei palinsesti e nei cinema. Seal Team Six e’ un docudrama che del raid su Abbotabad fa un roboante melodramma maschile farcito di muscoloso spirito di corpo in caserma mentre i ragazzi si apprestano a sferrare la giusta vendetta. Il TV movie ha lo stesso titolo del libro scritto sotto pseudonimo da uno dei membri della squadra dei seals effettivamente impegnata nell’assassinio mirato” e che ha provocato non poche polemiche per non essere stato autorizzato dal Pentagono e per aver contravvenuto al vangelo di segretezza di tutte le teste di cuoio (che mica poi vogliamo sapere cos’e’ che fanno per mantenerci liberi). L’ultima entry nel genere e’ qualla di maggiore prestigio, cioe’ il Zero Dark 30 diretto da Kathryn Bigelow, gia’ premio Oscar per Hurt Locker uno degli sguardi piu’ taglienti sulla campagna irachena della US Army. Il film ha avuto una produzione tortuosa, nella fattispecie era in corso d’opera all’epoca del raid ed ha quindi necessitato una radicale riscrittura da parte del’autore Mark Boal quando gli eventi hanno fornito un finale defintivo. In seguito e’ stato al centro di un polverone quando i repubblicani hanno accusato l’amministrazione di avere favorito i produttori per trarne un vantaggio propagandistico pre elettorale. Alla fine la Bigelow ha strutturato il suo film come la cronaca di un ossessione, quella di una giovane agente della CIA (Jessica Chastain, bravissima) che viene assegnata al caso e per anni cerca indizi che possano condurre a Bin Laden. Quasi tutti provengono dalla tortura di prigionieri, a Guantanamo, nella base di Bagram e in vari “black sites”, le prigioni segrete e illegali mantenute dalla CIA in giro per il mondo con l’obbeittivo di stroncare i prigionieri nemici con tecniche degne di un carnefice cileno. Il primo grande pregio del film e’ di mostrare lucidamente la dovizia “tecnocratica” con cui vengono condotti gli orrori e l’efficacia della tortura non a caso adottata come policy ufficiale dagli Stati Uniti di Bush. Ma il cuore del film e’ l’ossessione, appunto, quella che attanaglia la protagonista – donna in un universo maschile (anzi due – quello islamico e quello dell’esercito e della burocrazia USA) – per la quale la “guerra” e la “giustizia” diventa una monomania consumante. C’e’ stato gia’ chi ha ravvisato un naturale parallelo con l’esperienza dell’unica regista donna vincitrice dell’Oscar a Hollywood. A noi pare ancora piu’ efficace la metafora con l’attuale ossessione americana e occidentale.

VOTO USA: IN VIAGGIO NEGLI STATI TRINCEA

L’appuntamento e’ all’angolo di Washington e San Pedro, zona industriale. Al primo chiarore dell’alba un capannello di persone con in mano tazze di caffe’ fumante discute appoggiato alle macchine nel parcheggio di un bar.  Sono volontari della campagna Obama che si preprano ad una giornata di canvassing, le ronde porta a porta che sono una componente essenziale della strategia elettorale nelle ultime settimane di campagna. Quando arrivano anche gli ultimi della lista che hanno aderito all’appello diramato in rete, il coordinatore divide i volontari in gruppi di due o tre e distribuisce le cartine che indicano ad ogni squadra la zona di competenza. Ogni mappa descrive  un area di una ventina di isolati perlopiu’ composti di villette a schiera di nuova fabbricazione, quelle che durante il boom immobiliare sono spuntate come funghi alla periferia di…Las Vegas. Si perche’ questo venerdi’ mattina  come in  ognuno dei weekend che precedono il voto, i volontari californiani saliranno in macchina per fare i 500 km che separano Los Angeles dalla scintillante capitale del gioco d’azzardo nel deserto del Nevada. Verso mezzogiorno attraverseranno il fiume Colorado che denota il confine della California ed entreranno in uno dei sette stati che sceglieranno il prossimo presidente americano.  Per effetto del sistema elettorale infatti le grandi metropoli liberal delle coste, New York, Boston. Seattle, San Francisco sono praticamente insignificanti nel detrminare l’esito dell’elezione. Cosi’ anche i grandi stati dell’America profonda, le roccaforti repubblicane del Texas, il blocco “rosso” del sud-Est e quello altrettanto conservatore arroccato sulle montagne rocciose, dal Montana all’Arizona. Nel sistema americano ogni stato esprime un numero di grandi elettori che assieme compongono un “collegio elettorale” di 538 votanti. Il candidato che ottiene la maggioranza di questi voti – cioe’ almeno 270 preferenze – diventa presidente Gli stati selezionano gli elettori (electoral votes) con un sistema maggioritario secco di modo che ognuno produrra’ un blocco unico,  democratico o repubblicano, e’ la caratteristica per cui e’ possibile vincere le elezioni pur senza ottenere la maggioranza del voto popolare, come accadde per George Bush nel 2004 (e’ tecnicamente possibile anche uno scenario di parita’ sui 269 delegati ciascuno,  nel qual caso l’elezione viene determinata da un voto della camera, dove la maggioranza e’ detenuta dai repubblicani). In 41 stati  dell’unione i giochi sono fatti: le maggioranze ampie e scontate, l’esito ampiamente prevedibile. La California,  come lo stato del New York per esempio, sono democratici da generazioni per via della maggioranza liberal dei ceti urbani e la radicata tradizione sindacale.  Gli stati dell’interno  esprimono invece la schiacciante maggioranza conservatrice della cultura rurale, tradizionalista e religiosa. I due stati “non contigui”, le Hawaii e l’Alaska sono di solida fede rispettivamente democratica e repubblicana.  In solo nove stati su 50 l’esito e’ ancora in forse, i cosiddetti “frontline states” i distretti in “prima linea” dove il risultato favorendo Romney o Obama influenzera’ l’esito finale dell’elezione. Cosi’ seguire la campagna  dalla California, lo stato áncora della “left coast”, significa assistere ad una partita che si decidera’ in trasferta. Nei mesi di campagna i candidati da queste parti si sono fatti vedere un paio di volte appena e unicamente per rimpinguare i forzieri elettorali con fund-raiser a base di celebrita’ hollywoodiane o magnati di Silicon Valley. Malgrado i milioni record di dollari versati a favore dei due partiti per saturare l’etere di spot elettorali un telespetattore californiano difficilmente inciamepra’ su una pubblicita’ politica. Il fuoco incrociato dei ”negative ads” e’ tutto concentrato invece sulle emittenti di Ohio, Florida, Virginia, Iowa, Wisconsin, Minnesota, Colorado, New Mexico e, appunto,  il Nevada dove  sono dirette le carovane pro-Obama partite da L.A.  (un analogo convoglio questo fine settimana ha lasciato San Francisco alla volta di Reno, nel nord dello stato). I volontari sanno bene che nessuno sforzo potra’ modificare significativamente gli equilbri politici in  California: Obama vincera’ con il 60% dei voti circa e ottera’ cosi’ tutti e 55 i voti elettoriali. L’unico modo in cui un californiano puo’ influire sulla scelta del prossimo presidente quindi e’ “emigrare” il che spiega la campagna “in trasferta”  dei volontari che si danno appuntamento davanti al quartier generale di Obama ad Henderson, un sobborgo di Las Vegas,  pronti a consolidare il supporto del presidente (o arginare le defezioni data la batosta del dibattito) e in ogni caso invitare ogni potenziale elettore a iscriversi alle liste e recarsi ai seggi. Si chiama get out the vote ed e’  la spinta cruciale che caratterizza la fase finale di ogni campagna, particolarmente importante per Obama per cui uno dei pericoli maggiori quest’anno e’ costituito dal potenziale assenteismo, specialmente fra quei di quei giovani che quattro anni fa erano affluiti massicciamente  ma che ora danno preoccupanti segnali della consueta ignavia. E’ il cosiddetto enthusiasm gap, la scarsa motivazione che costituisce l’incognita non rilevabile dai sondaggi cioe’ se la preferenza anche dichiarata si tradurra’ poi in un voto effettivo. Per questo e’ cosi’ cruciale il lavoro di “piazzisti” svolto in queste periferie replicanti dove vivono perlopiu’ pensionati e lavoratori dei casino’. Il Nevada tende storicamente a votare repubblicano o almeno cosi’ e’ stato fin quando ha rispecchiato il tradizionale profilo demografico dell’Ovest: popolazione rurale di scarsa densita’ e valori conservatori. Ma il boom di Las Vegas durato oltre deici anni fino ad appena prima del crac,  ha importato in questa terra di allevatori bianchi una popolazione multietnica di lavoratori urbani, una crescita che ha alterato gli equilibri a favore di neri e latinos che tradizionalmente favoriscono il partito democratico. La trasformazione della citta’ del peccato in divertimentificio di massa inoltre ha fatto di Las Vegas una roccaforte sindacale che si e’ sostutita ai centri manifatturieri della Rust Belt deinsdutrilazzata consolidando la base politica ed economica dei democratici. Determinante nella vittoria di Obama qui quattro anni fa  e’ stata la capillare mobilitazione del potente sindacato degli alberghieri ispanici  (qui e’ nota come la culinary) impiegati nei mega hotel-casino’. Il Nevada insomma e’ emblematico di quelle faglie demografiche e “culturali” che riflettono le tendenze sociali dal paese e lungo le quali di decide la politica dell’ultima superpotenza. Una curiosa dinamica regionale che ingigantsice l’importanza di una manciata di elettori in specifici settori di una manciata di stati.  In Florida, forse il piu’ cruciale degli stati-trincea, la dicotomia, se possibile, e’  ancora piu’  idiosincratica, una gara fra anziani pensionati, con una forte componente di ebrei provenienti dall East Coast e coriacei Cubani anticatsristi, ragione per cui uno dei  piu’ celebri spot virali pro-Obama e’ stato quello della comica Sarah Silverman che invitava la propria nonna a votare per il presidente “anche se e’ negro”. Da canto loro i Cubani, e l’argomento anacronistico cui tengono monomaniacalmente esercitano da 50 anni nella politica presidenziale americana un influenza grottescamente sproporzionata rispetto ai propri effettivi numeri grazie solo alla loro strategica ubicazione nella mappa elettorale. Domenica sera mentre il tramonto tinge di fuoco le montagne dietro i casino’,  i frontalieri californiani del voto impacchettano i cartelli Obama nei bauli e riprendono la via del rientro sulla Interstate 15, sperando di aver fatto abbastanza oggi per la causa. Una volta tornati a casa potranno solo sperare che i loro concittadini in Nevada, Florida, Ohio e una manciata di altri stati eleggano il loro candidato.

 

Occupy LA day one

 

Il movimento degli “indignati” contro il complesso politico-finanziario si estende in America. Dal primo ottobre e’ attivo il presidio Occupy LA, l’occupazione a oltranza davanti al municipio di Los Angeles, in solidarieta’ con l’occupazione di Wall street a New York e simili inizitaive prevista in dozzine di citta’ americane. Fra i militanti in California, Daniele Colaiacomo, imprenditore creativo nel settore della computer grafica e animatore della sezione mediatica del movimento.

John Black at the Rotary Room

http://www.youtube.com/watch?v=eYlk5P3nRmQ

LOS ANGELES: APRIL 2011