Losangelista

L’UOMO CHE BRUCIA

La scorsa notte il fuoco ha ancora una volta consumato l’uomo di legno in mezzo al lago secco di Black Rock, in Nevada. E’ stato il ventesimo sacrificio rituale al culmine di Burning Man. In suo onore, alcune immagini che ho girato l’ultima volta che ho visitato il gigantesco happening sulla Playa

SCERIFFO JOE

Dati resi noti in questi giorni rivelano che la crisi economica e’ riuscita laddove hanno invece fallito decenni di dissuasione politica dell’immigrazione: gli immigrati clandestini che attraversano il confine meridionale degli USA e’ in forte declino e la popolazione di illegal aliens residenti nel paese, stimata l’anno scorso attorno ai 12 milioni, sarebbe diminuita di un milione di persone circa per effetto della disoccupazione. Non per questo e’ meno dominante in questa stagione elettorale midterm, il tema dell’immigrazione, cosi’ utile ad esacerbare pulsioni xenofobe indirizzando paure e divisioni dell’elettorato a beneficio dei candidati conservatori. Prima linea della strumentalizzazione e’ ancora l’Arizona dove la famigerata “legge 1070” promulgata quest’estate dalla governatrice repubblicana Jan Brewer, ha istituito il reato di clandestinita’ galvanizzando il movimento nativista. Contro l’emendamento si e’ mosso il ministero federale della giustizia che ha chiesto alle corti federali di invalidare il provvedimento e ieri  l’amministrazione Obama ha intrapreso un azione legale anche contro il piu’ colorito paladino del celodurismo arizoniano: Joe Arpaio. Immaginate un Borghezio  con uno stetson d’ordinanza e avrete un’idea di Arpaio, lo sceriffo della contea di Maricopa, personaggio assolutamnte grindhouse la cui esistenza e’ contesto del Machete “super-ispano” di Robert Rodriguez appena visto a Venezia. Figlio di un droghiere italoamericano del Massachussets lo sceriffo ha alle spalle una carriera come soldato, poliziotto di Las Vegas e agente federale della narco, prima di trovare definitiva fama come sheriff o meglio: America’s Toughest Sheriff (sceriffo piu’ duro d’America) come recita il titolo che si e’ autoconferito. Nei dieci anni in cui ha ricoperto la carica  e’ diventato celebre oltre che per i suoi raid anticlandestini  e per i reality TV di cui e’ protagonista, per le tendopoli in cui obbliga a dormire i detenuti rinchiusi nella “sua” prigione, le webcam istallate nel penitenziario in cui diffonde inni patriotici, le mutande color rosa che obbliga i detenuti a indossare e simili trovate machiste che gli sono valse la censura di Amnesty International. La casa bianca ora gli imputa grossolane violazioni dei diritti civili ma in tempi di deriva populista la sua popolarita’ e’ solo incrementata; proprio come quella della governatrice, cui la legge anti-immigrati, probabilmente illegale,  assicurerA’ apparentemente  una rielezione a furor di popolo.

STILL BURNING

ITALIANAMERICAN

Mafia II

Era il titolo del cortometraggio-intervista di Martin Scorsese ai suoi genitori girato nel 1974, subito dopo Mean Streets. Lui natiralmente e’ il  “poet laureate” dell’esperienza italo-amercana in tutto lo spelndore della sua etica ed estetica “coatta”, nella sua totale cooptazione ‘dal basso’ dell’american dream con tutto cio’ che ne consegue, ovvero quello che Scorsese ha sempre chiamato il lato oscuro del sogno americano. Il mese prossimo debuttera’ su HBO Boardwalk Empire la serie prodotta da Scorsese (sua anche la regia del pilot) ambientata ad Atlantic City nei primi anni della proibizione.  Un affresco-prequel sulle origini della criminalita’ mafiosa cui l’interdizione puritana dell’alcol offri’ un gigantesco incentivo (ma anche la fortuna dei Kennedy affonda le radici nello stesso humus grazie all’intraprendenza di nonno Joe). Oggi l’etos italoamericano e’ forse meglio rappresentato dai coatti balneari di Jersey Shore, ma c’e’ poco da fare l’italoamericanita’ rimane, e sempre lo sara’, legata a cosa nostra (quanto la carriera di Francis Ford Coppola, che verra’ onorato  a febbraio ocn l’Oscar alla carriea, sara’ sempre associata al Padrino). E’ cio’ che toglie il sonno al prof. Joseph Scelsa presidente della Coalition of Italian American Associations, che raccoglie l’arcipelago di associazioni che hanno di volta in volta boicottato film, pubblicita’ e serie come i Sopranos ritenute colpevoli di “perpetuare gli stereotipi negativi” sugli italoamericani. Ultimo cavallo di battaglia: Mafia II, il videogame appena uscito della 2K Games, contro cui oggi e’ stato annunciato l’ennesimo boicottaggio a causa della presunta  diffamazione degli italoamericani come mafiosi. Ennesima battaglia persa in partenza che naturalmente avra’ il puntuale effetto di regalare una montagna di pubblicita’ gratis ai gongolanti produttori; senza capire che nell’immaginario globale “mafia” e’ destinata a rimanere sinonimo di made in italy piu’ universale di qualunque prodotto o virtu’ nazionale promossa da campagne di immagine ufficiali. E come non si annunciano boicottaggi afroamericani ad ogni disco di gangsta rap sarebbe forse piu’ produttivo riuscire ad accettarlo scindendo il fenomeno culturale dall’”onore nazionale” e anzi magari appropriandosene.

TROTE LACUSTRI E SETTENTRIONALI

Dopo aver trascorso una piacevole estate a lavare i panni in Arno (e in Polcevere e Bisagno) chissa’ quanto ci mettero’ ora per smacchiarli. Un soggiorno in Italia per un oriundo come il sottoscritto e’ sempre una buona occasione per rinfrescare lo sguardo sulle mille idiosincrasie dell’anomalia italiana. In generale ogni visita riconferma che l’involuzione politica e culturale (assieme all’indole ostinatamente conservatrice in molti rispetti) collocano il paese in un orbita esterna dello Zeitgeist, una deriva singolare caratterizzata allo stesso tempo dal mutamento impensabile e dalla piu’ glaciale immutabilita’. Detto questo per altri versi l’Italia fa senz’altro parte del presente globale; non cesso di essere colpito ad esempio dai paralleli fra il populismo radicato in Padania e quello nato nelle province dell’America profonda, e cresciuto al tepore catodico di Fox News. Le straordinarie somiglianze cioe’ fra leghismo  e il movimento del tea party, figliastro brutto sporco e cattivo del reaganismo. Due movimenti orgogliosamente “low brow” che condividono la paranoia pastosa e la retorica che la esprime. I punti fissi del programma politico, i “talking points”, le frasi fatte gettate in pasto allo zoccolo duro acclamante, coincidono quasi alla lettera.  Sarah Palin e il Seantur condividono una riflessiva reverenza per il “duro lavoro” come virtu’ assoluta, un’ innata tendenza all’autarchia e l’insofferenza alla collettivita’ espressa dallo stato centrale e dalle sue imposte. Sia il Bossi-pensiero che la saggezza da sound-byte della mamma-orsa della destra verace americana cooptano, amplificano e sdoganano con nativo istinto per la politica populista, la xenofobia, diffidenza e paranoia  dei propri elettori. Sia il padre del celodurismo che l’idolo collorossista d’Alaska propagano fieramente  una visione sbrigativa del mondo, un razzismo appena velato e la diffidenza delle elite che sconfina in un anti intellettualismo liberatorio; la preferenza per la battuta da bar come veicolo di  saggezza popolare sul discorso articolato.  Fenomeni talmente speculari insomma da poter legittimamente essere visti come una specie di  archetipo antropologico; versioni del meme populista dell’era attuale – anche se a dire la verita’ lo sdoganamento e’ stato ben piu’ efficace in Italia: i teapartiers possono solo sognare una posizione di forza in una coalizione di governo nazionale come quella della lega – mentre non e’ ancora certo che non finiscano invece per avere un effetto distruttivo all’interno del partito repubblicano. Intanto in questi giorni di fine estate proprio in Alaska il palinismo ottiene uno dei suoi maggiori risultati con l’apparente vittoria  (lo spoglio proseguira’ ancora per qualche giorno) dell’esponente tea party Joe Miller  sulla conservatrice tradizionale Lisa Murkowski nelle primarie repubblicane dello stato. (Sarah Palin si e’ affrettata a definirla un  “miracle on ice”, il nome con cui e’ conosciuta la vittoria olimpica di hockey degli USA sugli URSS nel 1980).  Ma l’altra notizia provenuta dall’Alaska paliniana questa settimana e’ quella della probababile candidatura di Levi Johnston, genero Palin e modello part-time di Playgirl, a sindaco di Wasilla (carica che gia’ fu di Mamma Orsa).  Pure le trote si sono gemellate.

I’M BAAAACK…!

Avviso ai naviganti

Il blog va in vacanza. Arrivederci ad agosto.

This blog has gone to the beach – see you next month!

Guadalupe series 4: bus stop madonna

RATED X

L’evanescente radiografia toracica di cui sopra ha vissuto le sue 24 ore di celebrita’ internettiana grazie all’appartenenza dei tessuti raffigurati, a Marilyn Monroe. Le lastre effettuate in ospedale di Los Angeles nel 1954 sono state vendute all’asta  con forte lucro ($45000) del venditore e presumibilmente smodata soddisfazione del compratore che immaginiamo vittima di un’attrazione fatale per celebri viscere. Un ultima frontiera dell’osessione celebrity prontamente usata da una intreprendente ditta di apparecchiatiure mediche che ha pubblicato un intero calendario  di pin-up  piu’ che nude . Un fetish radiografico oltre la piu’ azzardata speculazione di  Wilhelm Roentgen che da qualche parte deve aver fatto sorrridere JG Ballard.

Arizona: l’ora dei Feds

Little Rock 1957. L'integrazione federale delle scuole immortalata da Norman Rockwell

Nella tradizione degli interventi federali a favore dei diritti civili, il dipartimento di giustizia dell’amministrazione Obama ha sporto denuncia contro la legge anti immigrati che istituisce il reato di clandesitinita’ in Arizona. La legge che dovrebbe entrare in vigore a fine mese, autorizza la polizia a fermare ed interrogare individui “sospettati” di non esesere in regola. Gli avvocati del ministero hanno chiesto l’annullamento del decreto perche’ anticostituzionale dato che arroga all’autorita’ locale la legislazione in materia di competenza federale. In pratica Washington teme un regime in cui ogni singolo stato possa autonomamente varare statuti influenti sulla politica dell’immigrazione. Accanto alla considerazione giurisdizionale c’e’ la preoccupazione, gia’ inizialmente  espressa da Obama, sull’escalation di un movimento xenofobo lesivo dei diritti civili degli ispanici, principale minoranza della nazione, che sempre in Arizona  ha scaturito quest’anno un’altra legge che vieta l’insegnamento di corsi di cultura ispanica nei college statali.