Vanishing Point

Tropico dello Svago

Winnebago Warrior

Brave as old John Wayne

Winnebago Warrior

A true yankee pioneer

Kill some fish down by the creek

Hang their picture by the sink

Show your grandson who’s the boss

- da “Winnebago Warriors”    Dead Kennedys

Arrivi a Quartzsite senza molte aspettative. Un distributore di benzina, il coffee shop il cui menu’ conferma che la gastronomia, gia’ non raffinata  lungo le strade nordamericane, nel deserto lascia semmai ancora piu’ a desiderare, il motel  d’ordinanza dirimpetto al solito polveroso agglomerato di trailer e prefabbricati, l’ultimo e’ la locale parrocchia della foursquare penetecostal church davanti a cui uno sbiadio  cartello annuncia perentorio l’imminente ritorno del figlio di dio. Ordinaria amministrazione per una freeway town del Mojave che racimola un’esistenza appena sufficiente  dalle soste delle macchine che sfrecciano verso Est e Ovest sulla I-40 , a meta’ strada  fra Los Angeles e Phoenix. Ma se si passa durante l’ultima settimana di febbraio ci si trova in mezzo ad un’altra metropoli temporanea. Passata  l’ultima cuna della strada si presenta una distesa di candido sbrilluccichio che si spinge all’orizzonte; sono decine di migliaia di camper, roulotte e motor home venuti all’annuale raduno di mineralogia che ogni inverno centuplica la popolazione locale fino a ben oltre i centomila residenti transitori. E’ lecito parlare di residenti perche’ le persone che si ritrovano in questo gigantesco raduno sono prive di dimora fissa ma vivono stabilmente nei loro RV, i recreational vehicles, e non hanno quindi altro indirizzo che  il ciglio di strada su cui hanno scelto di parcheggiare per la notte. I loro “veicoli ricreativi” sono discendenti dei prototipi degli anni trenta e dei modelli commercializzati per la prima volta nel dopoguerra quando la costruzione di una rete stradale capillare e la creazione dei parchi nazionali dell’Ovest fecero della vacanza su strada un’ambizione raggiungibile per la middle class emergente. Col boom economico la classe media pote’ in seguito permettersi  sempre di piu’ di spendere il disposable income, il nuovo benessere risparmiato sul  leisure, il tempo libero, nuovo concetto di bene reale di consumo, accessorio all’automobilismo dilagante.

Oggi gli RV (secondo l’irresistibile impulso americano alla contrazione sintattica) sono scintillanti ed ipertrofici  habitat mobili e confortevole lunghi sei, otto, dodici metri e piu’, dotati di ogni accessorio della vita suburbana dalla doccia alla TV satellitare e naturalmente immancabile, il dono dell’aria condizionata, che arrivano a costare oltre centomila dollari.  Guidando sulle strade delle regioni desertiche ci si rende presto conto che, con gli 18 wheeler, gli onnipresenti TIR americani, gli RV costituiscono il veicolo tipo sulla strada e le marche piu’ famose – Winnebago e Airstream – sono entrate a far parte del linguaggio comune come xerox o frigidaire. Anche detti motor-home questi camper superaccessoriati costituiscono il geniale sincretismo dei complementari miti americani della casa propria e dell’on the road applicata specificamente alla terza eta’. Nel deserto americano, luogo “fuori” dai vettori economici e produttivi si verifica una deriva demografica per cui , soprattutto  all’infuori dei weekend e dei periodi festivi, si ha l’impressione che la regione sia abitata quasi esclusivamente da anziani pensionati. A Quartzsite l’eta’ media dei radunati e’ al di sopra di quella pensionabile:  sono gli snowbirds gli “uccelli delle nevi” che coi volatili da cui prendono il nome hanno in comune l’abitudine migratoria,  vengono cioe’ da latitudini metereologicamente piu’ inclementi a svernare nell’aria secca e calda del deserto. Una tribu’ nomade di diversi milioni di persone che hanno deciso di estendere il leisure lifestyle, lo stile di vita dello svago, all’intera propria terza eta’. Si stima che ce ne siano in America oltre 5 milioni, gran parte di essi gravitano vero il deserto, luogo topico dello svago “soft”, componendone praticamente ormai la principale popolazione “indigena”.

Attrezzati nei loro moduli abitativi semoventi, accessoriati di microonde e parabole per internet satellitare, i canuti nomadi del deserto vagano di parco nazionale in parco nazionale oppure piu’ semplicemente “attraccano” in uno delle centinaia di trailer park dove per un affitto modico e’ possibile attaccarsi alla rete elettrica e passare i miti pomeriggi invernali sotto la tenda della veranda. Tipologia sociale emergente dell’era tardo-consumista, nell’arco di mezzo secolo lo snowbird ha penetrato la coscienza nazionale,. John  Steinbeck che scrisse Viaggio con Charley come diario di bordo proprio di un attraversamento americano in camper dovette commissionare un camion-roulotte appositamente costruito su cui viaggiare, mangiare e dormire in compagnia del proprio cane alla ricerca di se stesso e dell’anima del paese, ora di A proposito di Schmidt, il film di Alexander Payne , il camper con tutti i comfort acquistato da Jack Nicholson, lo Schmidt del titolo,  in previsione del pensionamento e’ il talismano fabbricato in serie di un rito di passaggio nella terza eta’,  oggetto-totem pronto per salpare nel viaggio di riscoperta esistenziale dilazionato durante il corso della vita produttiva, ormai un rito sociale di massa. In un mobile home park di Quartzsite incontro una coppia-tipo: lui, Sam,  pensionato dopo una vita sulla catena di montaggio della GM a Dearborne in Michigan, siede su una seggiola da spiaggia con cappelletto da baseball d’ordinanza. Accanto a lui Betty che ha cresciuto tre figli e li ha visti andare via di casa uno dopo l’altro dopo trent’anni di routine casalinga. Seduti cosi’ uno accanto all’altra davanti al loro candido Winnebago, sorridenti un po’ tristi con in mano un bicchierone formato famigliare pieno di caffe’ lungo, sono la perfetta personificazione versione snowbird alla maniera di American Gothic “Sa noi in America lavoriamo duro, siamo gente semplice” spiega Sam, schivando lo sguardo con un accenno  di imbarazzo, “lavoriamo sodo tutta la vita, cresciamo i ragazzi e poi, beh – poi e’ ora di vedere un po’ il mondo”. D’accordo con l’austera l’etica protestante  cosi’ bene rappresentata appunto nel celebre quadro di Grant Wood,  i coniugi Smith hanno lavorato fino alla pensione con due settimane di ferie all’anno, estinto il mutuo, mandato i ragazzi al college coi risparmi, poi come le migliaia di snowbird che li circondano in questo parco-roulotte, hanno venduto la monofamigliare  e investito il ricavato in una motor home sul cui retro adesso  campeggiano gli adesivi d’ordinanza: la bandiera a stelle e strisce e lo stemma del “Good Sam Club”, i buoni samaritani, l’associazione di mutuo soccorso degli anziani  campeggiatori. Betty mi fa fare il giro di “casa”,  la cucina col microonde, il bagno con doccia e asciugameni  fiorellini, la zona letto con armadi a muro (interamente moquettata) , TV color, frigobar e gatta che sonnecchia sul cruscotto. “C’e’ proprio tutto – tutto cio’ che serve” .

Lo stesso si potrebbe dire di Quartzsite. Il gigantesco ed estemporaneo accampamento e’ fornito di tutte le strutture del terziario della terza eta’. Dal barbiere che opera a tempo pieno e in tre settimare a gennaio fattura l’equivalente del resto dell’anno ai meccanici di RV in officine mobili improvvisate in altri camper modificati per lo scopo. C’e chi vende polizze assicurative, chi  distribuisce guide turistiche autoprodotte e stampate su PC, chi offre corsi di aerobica e massaggio shiatsu. Non lontani uno dall’altro c’e’ la clinica, un prefabbricato di poco piu’ grande dei camper che lo circondano  denominato,  con ottimistica altisonanza,  il “Quartzsite Medical Center” e il dentista – in un camper come il barbiere. Tutto effetto dell’elementare legge dell’offerta e della domanda ovunque essa si verifichi. Un bazaar autogestito che deve somigliare non poco a quelli che sorsero attorno ai campi dei cercatori d’oro che arrivavavano all’arrembaggio sui campi della speranza e della disperazione della Sierra Nevada durante la febbre  del ’48. Qui non e’ chiaro quale sia l’oro che spinge ogni anno decine di migliaia di persone a ritrovarsi in questa specie di comunita’ elastica e aleatoria, coesa solo nei minimi possibili termini attorno ai comuni denominatori anagrafici e di mobilita’. Nel caso di Quartzsite e’ difficile pensare che si tratti davvero solo del semplice interesse per il  mercatino dei minerali dove alcuni sassi da bacheca raccolgono polvere, piu’ probabilmente c’entra di nuovo il pursuit of happiness, il diritto alla felicita’ o alla sua ricerca, e poi freedom, la parola che ricorre piu’ insistentemente, come un mantra, la voglia, il bisogno fisiologico di “liberta’” della sensazione di poter fisicamente disporre della propria persona.

Di raduni, magari non giganteschi come questo, ce ne sono tanti altri sparsi per il deserto, in campeggi permamenti, in accampamenti sulle rive del Colorado o nelle piu’ insospettate cittadine fantasma che costellano il Mojave e gli altri spazi vuoti del Southwest, ognuno esprime un bisogno di comunita’, un unita’ identitaria e solidale. Quella degli snowbirds e’ una aggregazione sociale flessibile e volontaria, un espressione sociologica sperimentale ai margini fisici della societa’,  anche questa una intentional community e come tale imparentata con gli esperimenti comunitari della controcultura giovanile che negli anni 60 e 70 spesso cercavano nel deserto lo spazio illimitatao adatto alla fuga, all’alternativa, dove impiantare un progetto utopico. Gli snowbirds sono privi di velleita’ ideologiche o anche utopiche, gli anziani globetrotter, i giramondo nei loro Winnebago non respingono la societa’ anche se rifuggono per quanto possibile il  ruolo convenzionale che questa assegna agli anziani: “sedentari”, improduttivi, parcheggiati magari e dimenticati all’ospizio.

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HAVASU CITY

E’ ironia della sorte – o forse semplicemente la funzione di un deserto sempre piu’ affollato – che un altro rito legato al  leisure nel deserto, pur demograficamente antitetico ai raduni di snowbirds, si consumi a pochi chilometri da Quartzsite, dove il Colorado River, dopo aver scavato il Grand Canyon fluisce in pigre anse sul confine fra California e Arizona in rotta per una fine igloriosa poco oltre la frontiera messicana. All’altezza di Parker, tenuto indietro da una delle dighe di elegante cemento art deco della colorado river authority, si allarga in un invaso, un lago artificiale che risale a monte fino a Lake Havasu City dove il fiume sacro agli indiani Chimahuevo e Havasupai ristagna in uno specchio turchese solcato dagli acquascooter fra le sponde di terra rossa.

Lake Havasu City e’ una instant city di ultima generazione, una citta’ di 40000 abitanti che pare come depositata prefabbricata lungo quest’ansa del Colorado. In comune con le altre citta’ del West e particolarmente quelle del deserto ha le radici superficiali di una cosa spuntata d’improvviso, un fiore di cactus o una tumbleweed, i cespugli rotolanti che alla fine del ciclo vitale staccano le radici da terra e sospinti raggomitolati dal vento spandono semi in un ultimo tragitto attaverso il deserto.  L’intera citta’ (chiamiamola cosi’ anche se e’ del tutto aliena al concetto che tradizionalmente ne potremmo avere) ha  l’aspetto di una gigantesca periferia in metastasi ottenuta intercalando simmetricamente filari di villette monofamiliari con grandi parcheggi d’asfalto nero di zecca da cui spuntano fiammanti shopping center, Strade asfaltate di fresco costeggiano deserto suddiviso in lotti rettangolari. Qui e li crescono a grappolo le solite villette di compensato – i modelli dell’anno prossimo. Poi l’infrastruttura commerciale: fast food, distributori di benzina con minimarket, videonolo e multisala, il terziario immateriale della suburbia. Tutto pulito , nuovo, immacolato – gli edifici come come appena montati, usciti da un kit della Lego; nature morte con supermarket e bandiere americane. Un cartellone fa la reclame  ad un nuovo comprensorio di lussuose villette “tuscan style!” – lo stile “toscano” sarebbe l’interpretazione prefabbricata del look mediterraneo mediante l’applicazione di moduli stilistici standard come le tegole rosse, finestre ad arco precompreresse e intonaco color ocra ed e’ l’ultimo grido nei suburbs serializzati americani. L’esuberanza edile di Havasu non conosce ostacoli naturali, il deserto che la circonda sembra invitare con la sua stessa orizzontalita’ lo sprawl; “l’aeroporto” c’e’ gia’ anche se sulla pista d’atterraggio spianata di fresco per ora ci sono parcheggiati solo una manciata di Cessna, dirimpetto in un parcheggio in cui non ce’e stato ancora nemmeno il tempo per piantare i cactus nelle aiuole c’e’ anche un ipermercato,   Home Depot , il big box del fai da te e’ appostato sul limitare della citta’, pronto a fornire compensato e caryongesso a volonta’,  come una premonizione di ipersviluppo. E’ l’aria intrinsicamente effimera delle boom town di frontiera anche se qui parliamo della frontiera postmoderna, quella del riflusso sociologico.  Questa citta’ “ casuale” e’  nata come speculazione edilizia “impossibile” e in seguito cresciuta attorno ad un’economia irreale basata ancora una volta sullo svago e la ricerca del piacere.

Lake Havasu City e’ nata letteralmente a tavolino o meglio nella mente fervidamente ottimista di Robert Paxton McCulloch, magnate delle motoseghe che portano tutt’ora il suo nome e che per un paio di decenni furono prodotte nella fabbrica di Westchester a Los Angeles fin quando cioe’ quel quartiere venne destinato a sito del nuovo aeroporto internazionale della citta’ costruito nel 1959. Il terreno venne confiscato e  fu allora che McCulloch, costretto a smantellare la sua fabbrica  giuro’ di non correre mai piu’ un simile rischio. Secondo la leggenda metropolitana che vi e’ ormai nata attorno, il re delle motoseghe che,  poliedrico come si addice ad un buon eroe metropolitano, era anche un avido pilota,  si imbarco’sul suo aereo privato ed inizio’ a sorvolare il deserto in cerca di un luogo adatto ad istallare un nuovo impianto senza avere ulteriore noie logistiche, scegliendo infine un appezzamento di 50 km quadrati  costeggiante la riva orientale di Lake Havasu ovvero il lago artificiale creato dalla Parker Dam che chiude il fiume fra California e Arizona all’altezza di Mohave County.

Nata inizialmente come accampamento di trailer per gli operai della fabbrica, la “citta’” e’ una company town “estrema” che contro ogni pronostico, salvo quello dell’ottimista signor McCulloch, “attecchisce” e diventa “community” e infine viene incorporata ufficialmente come citta’ nel 1967.  Lungi dallo scoraggiare il fondatore, la mancanza completa di infrastrurtture, tessuto connettivo, prossimita’ di altri abitati e sostanzialmente ragion d’essere salvo la “monocultura” economica da lui stesso istituita, per McCulloch sono un invito alla creazione urbana ex novo sotto lo splendente sole dell’Arizona e con la prospettiva di un futuro radioso scaldato dalla promessa della speculazione edilizia per cui l’azienda di McCulloch mantiene oculatamente l’esclusiva sulle vendite immobiliari. Dopo qualche anno il padre della citta’ ritiene pero’ che alla sua creatura manchi un segno di distinzione degno della esuberanza civica e produttiva che la contraddisitingue ed e’ qui che escogita il colpo di genio che lo fara’ passare alla storia pur non ricchissima della zona. Nel 1968 col partrner C.V. Wood  (il cui curriculum non a caso comprendeva una consulenza al progetto di Disneyland) viene a consocenza della messa in vendita del London Bridge, un ponte di rigore vittoriano eretto sul Tamigi nel 1831 ma in seguito perseguitato da problemi strutturali che avevano  procurato all’amministrazione londinese una lunga serie di grattacapi dovuti alla tendenza del granito grigio di cui e’ fatto,  ad affondare nel fondo del fiume richiendendo continui e costosi interventi di ingegneria civile. Per ovviare alla situazione il consiglio comunale decise di provare una soluzione inconsueta e cederlo al miglior offerente. Il bando di vendita del ponte venne pubblicizzato giungendo all’orecchio di McCulloch che come spiegano le brochure solertemente distribuite ai turisti  da inservienti in uniforme da beefeaters, si aggiudico’ caparbiamente l’’asta con un offerta spregiudicata. Dalla firma del contratto occorsero altri quattro anni per sovrintendere allo smontamento del ponte, la catalogazione e attenta numerazione di ogni blocco di granito, il trasporto via mercantile attraverso il canale di Panama fino a Long Beach e il trasbordo su un convoglio speciale della Union Pacific. Il ponte venne infine rimontato pietra per pietra su un canale laterale del Colorado.

Ecco la storia dello storico ponte che si trova ora a riconguiungere, del tutto inultimente, due sponde di deserto americano, relegato al ruolo di anacronistico simulacro di “vecchia Europa” sotto il sole a picco dell’Arizona assieme alla cabina telefonica rosso londinese, l’autobus a due piani e l’inevitabile negozio di souvenirs a tema londinese, tutti  clamorosamente fuori luogo nell’arroventata e cristallina aria del mojave. La sua qualita’ principale decantata in ogni depliant della pro loco e’ di essere incontestabilmente “vero”;  a Las Vegas dove bene conoscono l’efficacia dei miraggi l’avrebbero fatto uguale anzi meglio in vetroresina e chi se ne sarebbe accorto?  McCulloch pero’ credeva nel potere dell’autenticita’ di infondere gravitas storica al paesaggio acerbo e antistorico della sua citta’ immaginata e effettivamente questo monumento vittoriano smontato pietra per pietra e rimontato, assurdamente ricontestualizzato, nella luce diafana del deserto fa una suo effetto camp (un po’ come il pezzo di muro di Berlino esposto come trofeo di guerra nel assolato giardino californiano della Reagan Library). Quello del London Bridge pero’ e’ un trapianto culturale sulla scala del teatro dell’opera di Manaus , uno sforzo di immane futilita’ reso tantopiu’ incongruo dai turisti che lo attraversano in camice hawaiiane nei loro camper, dai ragazzi che nello spring break affollano le spiagge sotto ai suoi archi di granito e dagli abitanti biondi a abbronzati di Havasu City. Il ponte sta la in tutto il suo ciclopico peso nella transitorieta’ della instant city, circondato da legno e stucco in stile tudor, dalle cabine telefoniche laccate rosse e l’autobus a due piani convertito a gelataio e dalle repliche di paddle boats del Mississippi’ attraccate, in un eccesso citazionale, ai suoi piloni, da l’ impressione di un monumento disperatamente perduto, tenuto ostaggio contro la sua volonta’ per far da sfondo alle istantanee ricordo dei turisti di passaggio.

2.6       SPRING BREAK

La definitiva ironica, ignominia, cui e’ sottoposto questo ponte progettato dall’ ingegnere scozzese George Rennie, sotto il morigerato regno della regina Vittoria per sostituire un precedente  ponte sul Tamigi, sono i rituali tutt’altro che pudici che ogni primavera hanno luogo all’ombra dei suoi austeri archi di granito. Lo spring break e’ la vacanza scolastica di una settimana che coincide grosso modo con le ferie di pasqua le quali come tali non sussistono nelle scuole americane ma che corrispondono,  nei college,  alla pausa a cavallo fra la fine del secondo trimestre e l’inizio del terzo. In tempi recenti l’esuberanza studentesca per lo svago dopo gli esami si e’ ingigantita in momento preposto al party ad oltranza, l’apoteosi degli impulsi ludico-sessuali che tanta parte formano dell’esperienza universitaria, particolarmente undergraduate, cioe’ i quattro anni della laurea “abbreviata” che e’ il bachelors degree. Gli studi universitari coincidono non solo con la preparazione al mondo produttivo del lavoro ma sono anche un momento cruciale della socializzazione a quello adulto dell’indipendenza dalla famiglia, della mobilita’ e dell’identita’ un contesto in cui si colloca anche il partying la festa come momento di socializzazione che e’ una funzione primaria delle fraternities e sororities. Si tratta delle confraternite studentesche identificate da lettere dell’alfabeto greco nate inizialmente attorno alle universita’ ottocentesche come societa’ di mutuo soccorso vagamente plasmate sulle consuetudini collegiali inglesi il cui senso di tradizione e storia i college del nuovo americani miravano ad emulare. Alla fine della guerra di secessione furono fondate le prime “sorority”, istituzioni omologhe per le studentesse a cui offrivano alloggio, assistenza e ed una rete di contatti sociali in un ambiente di adeguata igiene morale. Da subito le societa’ con “riti” e prove di ammissione segreti, privilegi di appartenenza basati su favoritismi e status sociale ebbero caraterristiche vagamente massoniche, complementari allo spirito di corpo istillato dai college per mantenere un network di supporto anche economico basato su studenti ed ex studenti. Oggi ci sono 63  greek societies associate in federazioni nazionali, prorietarie dei dormitori identificati da sigle greche come  Delta Kappa Theta e Alpha Sigma Tau nei pressi dei campus di ogni universita’ americana. Pur avendo assolto in passato un  ruolo di “assistenza  sociale” anche importante (strumentali ad esempio sono state le fraternity afroamericane nell’integrazione e nelle rivendicazioni di diritti civili) si tratta sostanzialmente di isitituzioni conservatrici di privilegio sociale, anacronistiche quanto le vestigia di “acculturata” ritualita’ che perpetuano. In forte declino durante gli anni di contestazione studentesca negli anni 60 e 70, la breve stagione di una autentica, autoctona cultura studentesca, sono tornate in auge col riflusso materialista degli anni 80. Rimane il culto del partying. “Sisters e frat boys” interpretano la propria identita’ di gruppo con manifestazioni estreme: il binge drinking , l’assunzione massiccia e requisita di bevande alcoliche (principlamente birra aquistata in kegs, cioe’ taniche industriali da bar), sesso seriale, tifo organizzato per le squadre sportive del college e un nonnismo sempre piu’estremo nei riti di ammissione che ogni anno mietono vittime in traumi psichici, infortunie anche decessi. Il tutto provoca il rammarico e la severa costernazione delle universita’ che condannano, ma si guardano bene dal sanzionare in modo efficace le trasgressioni preferendo chiudere un occhio non inimicarsi la lobby “greca”. Cosi’ gli ultimi decenni sono stati una escalation di eccessi e umiliazioni: disordini alimentari per le ragazze, fra cui l’impulso conformista esaspera i requisiti di apparenza fisica,  e violenze carnali di gruppo endemiche fra i “boys”. La socializzazione studentesca della futura classe dirigente  (fra gli “ex-greci” piu’ altolocati d’America spicca naturalmente George Bush) passa quindi attraverso un nichilismo goliardico (resa celebre nel mondo, seppur in un contesto piu’ sovversivo, dal  Animal House di John Landis ).  Pur non essendo appannaggio esclusivo di confraternite e “sorellanze” lo spring break di questo edonismo spinto all’estremo e’ il festival nazionale, ingigantito ormai dal branding di interessi commerciali che se ne sono  appropriati sempre piu’ come immagine e immancabile momento di consumo. Gli annuali party balneari che lo caratterizzano,  i raduni collettivi di  Fort Lauderdale in Florida, South Padre Island e Corpus Christi in Texas o Acapulco sono cosi’ stati tramutati in location per speciali di MTV,  concorsi per “miss” in ‘maglietta bagnata’ e occasioni riccamente sponsorizzabili con buon ritorno di immagine e un target intensamentre desiderato da case discografiche, produttori di abbigliamento giovanile e, naturalmente, di birra.

Il tropico dello svago  di spring break attraversa principalmente spiagge assolate, di Miami Beach o di Cabo San Lucas, centri minori come Tijuana o Ensenada, cittadelle di esotica trasgressione messicana a buon mercato buone per un weekend di sbornie e gonorrea, ma nel Southwest il principale snodo e’  Lake Havasu City,  diventata uno punto nevralgico del rituale ludico  in virtu’ della balneabilita’ del Colorado, del sole garantito del deserto e soprattutto della prossimita’ alla popolosa California, le sue metropoli e universita’. Cosi’ mentre solitamente il ponte arizoniano-londinese svetta inutile e solitario, fotografato al massimo da qualche coppia con Winnebago parcheggiato nelle vicinanze per un’istantanea ricordo da mandare a casa ai nipoti,  nei weekend caldi di spring break il piloni poggiano in un mare di corpi abbronzati e sgargiante vetroresina. “Welcome to Lake Havavsu” uno striscione appeso a due lampioni di ferro battuto attraverso il ponte da il benvenuto ai festaioli di Memorial Day il weekend lungo dedicato  ai caduti della guerra civile e il fine settimana di massima intensita’ per Havasu. Ma gli entuisiasti giovani che affollano ponte e dintorni di certo non sembrano essere qui per  celebrare veterani della guerra di secessione uno dei  quali per inciso, il colonnello nordista John Wesley Powell, fu il primo ad esplorare questo tratto di fiume in una famosa spedizione del 1872.