Desert

Paolo Soleri 1919-2013

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La foto che gli ho fatto nel 2003 a Cosanti, il  suo studio-laboratorio- fucina di  Scottsdale, Arizona. Un paese delle meraviglie dove i frutti della sua vulcanica intelligenza creativa si materializzavao in fantastiche colate di cemento impastato di terra del deserto e  la fonderia sfornava  i monili e le campane con cui per 60 anni ha  finanziato la costruzione splendidamente impossibile della sua citta’ nel deserto, Arcosanti (sotto).

 

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Mc Mansion in fiamme


Colorado Springs: Mc Mansion in fiamme

Le fiamme che stanno divorando l’altpiano del Colorado nei pressi di Boulder, Fort Collins e Colorado Springs hanno distrutto ormai centinaia di case, minacciandone migliaia di altre e costringendo le autorita’ ad evacuare piu’ di 30000 persone. La virulenza degli incendi e’ tale che le autorita’ che hanno schierato un esercito di migliaia di pompieri appoggiati da autopompe e Canadair dichiarano di non essere piu’ in grado di stimare precisamente l’estensione dei fuochi ne i danni provocati. Nella gerarchia naturale delle psicosi “da disastro”, gli incendi sono quelli che hanno forse il maggiore impatto sulla psiche americana – perché interessano uno dei paesaggi più metaforici dell’immaginariio nazionale, il grande Ovest e perche’ minacciano la  suburbia, la manifestazione urbanistica di quella crescita costante che è sacramento fondativo della mentalità di frontiera. I terremoti sono democratici nell’imprevedibiltà dei loro epicentri e scadenze, gli uragani calamita’ stagionali negli stati del golfo, i fuochi invece sono una certezza “matematica” nell’occidente americano, dalle montagne rocciose alla California, ecosistemi aridi in cui perfino le piante sono adattate a incendi ciclici. Come nella macchia mediterranea il fuoco, come quello che in questi giorni sta  devastando il Colorado  e’ insomma del tutto integrato nei naturali cicli di rinnovamento. Questi ci sono semrpe stati, la grande differenza è che ora nella natura ci sono case, a centinaia di migliaia. Accanto all’«ecologia del fuoco» è cresciuta smodatamente una geografia del consumo. La crescita suburbana ha costituito il dato costante dello sviluppo urbano americano degli ultimi 60 anni, con radici nel dopoguerra quando per accomodare i reduci protagonisti del boom economico e demografico, emerge un nuovo fenomeno di «fordismo edile» che applica il sistema della catena di montaggio alla produzione di case “seriali”. Sono le sitcom suburbs che fungono anche da contenitori modulari per un conformismo consumista dell’effimero. Emerge così un nuovo paesaggio, un’inedita geografia della coabitazione che non può più definirsi urbana ma è appunto suburbana. Le periferie diventano il fulcro del nuovo sviluppo contemporaneamente al declino delle città. Una dinamica che si accelera con la sovrapposizione delle tensioni sociali causate dal movimento dei diritti civili: dagli anni ’60 in poi la trasmigrazione interna verso le periferie è quella della popolazione bianca in fuga dai centri cittadini fatiscenti lasciati in mano a neri (le inner cities). Il white flight è la dinamica sociale predominante nello sviluppo orizzontale delle città americane per 50 anni. È un fenomeno inestricabilmente legato all’emergenza di un «complesso edile-industriale», una lobby di forti interessi economici che ha perpetuato un modello scarsamente sostenibile (ma altamente commerciabile, soprattutto grazie alle agevolazioni governative ai mutui bancari che sin dagli anni ’50 erano una sovvenzione ai profitti privati dei costruttori).  Sappiamo poi come e’ andata a finire la speculazione surriscadalta  – l’ultima parossistica bolla immobiliare e le conseguenze planetarie che ha avuto la frenesia dei mutui spazzatura. Alla radice della crisi mondiale ci sono gli interessi che hanno fatto della casa un oggetto consumabile e uno status symbol dando luogo alla nuova geografia post-urbana che è ormai il paesaggio americano prevalente: periferie prive di centro in cui case individuali coprono vaste zone a bassa densità attorno a posti di lavoro decentrati, raggiungibili unicamente in automobile lungo vettori autostradali punteggiati di fast food, multisala, tangenziali e centri commerciali. Molte delle case andate in fumo in questi giorni in Colorado sono le megaville replicanti note come “Mc Mansion”, enormi e fatte in serie come gli hamburger.  Un paesaggio giunto a definire l’esperienza americana contemporanea: sono più numerosi gli americani che vivono in zone periferiche «para-urbane» che quelli che risiedono nelle campagne e nelle città messi assieme. L’industria immobiliare, sovvenzionata dallo stato ha cooptato i temi mitici della narrativa nazionale per  produrre una mappa tangibile del libero mercato, un urbanesimo della speculazione capitalista che ha soppiantato la città. Oggi, nel profondo della Grande Recessione il trend mostra segni idi nversione. Per la prima volta in mezzo secolo si registra un riflusso verso le citta’ determinato principalmente dalla contrazione economica e quindi un “ottimizzazione” urbana. Ma il panico di questi giorni nella suburbia del Colorado e’ frutto anche della suburbanizzazione selvaggia del territorio. E anche del cambiamento climatico: gli esperti dicono che i fuchi potrebbero bruciarre fino alle prime piogge autunnali.

 

 

Colorado: suburbia bruciata

 

 

 

TRONA

Trona, CA. 2009

California Oil

Taft, California. 2010

L’UOMO CHE BRUCIA


La scorsa notte il fuoco ha ancora una volta consumato l’uomo di legno in mezzo al lago secco di Black Rock, in Nevada. E’ stato il ventesimo sacrificio rituale al culmine di Burning Man. In suo onore, alcune immagini che ho girato l’ultima volta che ho visitato il gigantesco happening sulla Playa

STILL BURNING

Death valley

crowded desert 2009