Colorado: il Fiume e i suoi Fantasmi

 Per otto settimane la scorsa primavera uno storico esperimento ambientale ha brevemente risuscitato  un delta scomparso. 

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MEXICALI  -  Le case di San Luis Rio Colorado sono schiacciate contro la barriera di confine come  rumenta sospinta dalle maree di miseria e desiderio che sono i flussi epocali di questo confine complicato e martoriato. La border fence che corre sulla linea di frontiera  fra USA e Messico è lunga 3141 km, una muraglia  di ferro e cemento che taglia campagne, deserto e centri abitati dal Golfo del Messico al Pacifico e, come dimostrano le migliaia di bambini che in quest’estate torrida hanno rischiato la vita per scavalcarlo da soli, separa la speranza dalla disperazione. A San Luis, non lontano dal varco doganale,  il muro si interrompe per una decina di metri. Tanto basta per far fluire in terra messicana il Colorado – o meglio il rivolo incanalato nel cemento che è quel che resta a questo punto del grande fiume. A questa altezza il fiume ha percorso quasi 2000 km dalle pendici delle Montagne Rocciose dai cui nevai  ha origine, ma quando attraversa la frontiera contiene meno del 10% appena del volume di acqua che trasportava una volta. L’altro 90% è stato dirottato verso Denver, Los Angeles, Las Vegas, Tucson e Phoenix.  – come parte di una colossale opera idrologica.

A partire dagli anni ‘30 quello che indiani chiamavano Lapay’ha, (“acqua rossa”)  per il colore strappato all’arenaria fiammante degli altipiani di Colorado, Utah e Arizona, è stato imbrigliato da dozzine di dighe, incanalato e sviato per irrigare milioni di ettari del paniere agricolo d’America. Le centinaia di acquedotti e prese d’acqua sostengono l’insostenibile boom del sud ovest americano, il mastodontico sistema di chiuse, dighe e grandi opere idroelettriche hanno fatto del fiume poco più della conduttura idraulica di un esperimento di sviluppo agricolo, urbano e demografico nella maggiore regione desertica dell’emisfero occidentale – un deserto in cui oggi vivono 60 milioni di persone.

Il dato più impressionante è la rapidità dei questo sviluppo: prima dello sfruttamento intensivo del Colorado, quando gli abitanti del sudovest Americano dipendevano dalle effettive risorse naturali – vale a dire fino a poco più di un secolo fa – la popolazione di questa vasta regione era irrisoria. Los Angeles contava  meno di 100000 abitanti, San Diego molti di meno, Las Vegas era uno scalo ferroviario senza una vera popolazione, Phoenix un paese di 5000 persone, Tucson poco più di uno scalo per diligenze di frontiera. In cento anni i paesi sono diventati metropoli con decine di milioni di abitanti e il maggior tasso di crescita del paese, motori di una delle economie regionali più dinamiche e diversificate al mondo. Lo strabiliante sviluppo che ha traghettato l’ovest da Old West a New Economy dipende interamente dalla capillare rete di supporto idrico istituita nel 1902 da Theodore Roosevelt col National Reclamation Act, il piano regolatore per la bonifica dell’Ovest.

Il Colorado era stato esplorato nel 1867 da John Wesley Powell, un colonnello dell’Unione che si era distinto nella guerra civile ed era stato premiato con una spedizione nei territori occidentali. Il suo rapporto al congresso aveva decantato le bellezze naturali del fiume (sua la prima navigazione completa del Gran Canyon) ma descritto una regione arida, sprovvista di pioggia e bacini naturali salvo le acque stagionali che scendevano abbondanti dai ghiacci montani e attraversavano il deserto dirette al Golfo di Cortéz nel grande fiume. Powell intuì subito che se fosse stato possibile attingere a quello che gli indiani chiamavano il fiume-madre, sarebbe stato possibile sviluppare il quadrante “vergine” che costituiva oltre un terzo del territorio nazionale – il vero oggetto della spedizione.

 

Fiume commissariato

Fiume commissariato

 

150 anni dopo la sua visione ha dato i suoi frutti – e le sue verdure. Per la precisione quelle coltivate nei milioni di ettari irrigate grazie a quell’acqua, un raccolto che costituisce il  60% della produzione di verdura del paese , 25% della frutta e delle noci.  L’acqua del Colorado è dirottata da 44 dighe  che producono complessivamente oltre 10 milioni di megawatt.La legge sull’irrigazione firmata da Roosevelt è quindi atto di nascita dell’America moderna ma anche la condanna a morte di un vasto ecosistema. Qui sul confine sotto Yuma l’ombra sfinita del fiume che ha scavato il Gran Canyon fa una ultima fermata: una stazione di pompaggio guardata da una camionetta del border patrol che osserva i bimbi messicani che fanno il bagno oltre il reticolato. Sui due lati del canale, sul deserto,  sono ancora ben visibili numerosi meandri secchi, l’ex letto del Colorado, la  memoria di un fiume che non c’è più.

 

Dopo l'ultima chiusa ciò che resta del Colorado entra in Messico sotto l'occhio vigile del Border Patrol

Dopo l’ultima chiusa ciò che resta del Colorado entra in Messico sotto l’occhio vigile del Border Patrol

Passato il confine, il rivolo che resta del terzo fiume americano per lunghezza, incontra l’ultimo sbarramento, la Presa Morelos. L’unica diga messicana sul suo cammino dirotta quell che resta dell’acqua nel Canal Reforma che la trasporta verso i campi del Valle de Mexicali, la grande pianura che scende verso il Golfo di California una volta era il delta del fiume e oggi è il centro agricolo industriale della Baja California Norte.La zona è stata esplorata per la prima volta da un gesuita italiano, padre Eusebio Chini era nato a  Segno di Taio in Val di Non. Da trentino non avrebbe potuto scegliere di fare il missionario in un luogo più diverso dalle sue terre che questa pianura acquitrinosa, piatta e sterminata. Quando “padre Kino” come era chiamato dagli indiani, alla fine del 1600 compie qui le sue spedizioni missionarie per conto del viceré di Nuova Spagna, trova tribù indigene dedite alla pesca nel fiume navigabile sino al Golfo di  California e alla caccia nel delta boscoso ricco di fauna e uccelli di ogni tipo.

Quel delta una volta lungo 300 km, oggi è una pianura polverosa, il Colorado da decenni non raggiunge più il suo terminale. I rimanenti indiani Cocopah che restano in queste terre ancestrali pescano nei canali pieni di scarichi agricoli, residui di pesticidi e l’azoto dei fertilizzanti che stimola la crescita di alghe che soffocano l’habitat di pesci e dei gamberi autoctoni. Molta dell’acqua che rendeva verde questo delta oggi rimane imprigionata dietro la gigantesca Glen Canyon Dam, la diga che crea Lake Powell  50 milioni di acri-piedi di acqua (la misura denota il volume d’acqua necessario a coprire 4000 mq circa con 30 cm d’acqua – equivalente a circa 1,25 milioni id litri). Il Colorado così non raggiunge più il Mar di Cortez ormai da più di 18 anni, privando la regione del delta dell’essenziale miscela salmastra di acque in cui proliferano gamberi e vivono gli ultimi esemplari di vacche marine, rarissimi mammiferi marini e fluviali la cui popolazione è in continua diminuzione.

Nel secolo della crescita qui, soprattutto a nord del confine, lo sviluppo è stato un dogma indiscutibile disceso dalla dottrina del “destino manifesto” così inestricabilmente connessa all’identità nazionale, una religion a cui la natura doveva piegarsi. Di recente però è sorto un  movimento ambientalista che spinge per il ripristino dei sistemi fluviali. Associazioni come Living Rivers e Raise The River hanno promosso campagne per ridare vita ad ecosistemi decimati dai prelievi per l’irrigazione e dalle dighe che impediscono la migrazione dei salmoni. Per gli ambientalisti il flusso interrotto del Colorado è diventato un simbolo delle politiche di sviluppo che nel nome del progresso hanno sistematicamente degradato delicati equilibri naturali.

 

"Restaurazione" di flora nativa nel delta

“Restaurazione” di flora nativa nel delta

L’iniziativa per il “restauro” del grande delta è coordinata dal Sonoran Institute, una coalizione ambientalista binazionale con sede a Tucson e Mexicali ed è qui che prima dell’alba ho appuntamento con Edith Santiago, una geologa dell’istituto che mi carica sul suo enorme pickup americano e mi porta a sud, oltre i filari di alfalfa e pomodori che ricoprono questa valle torrida. Passiamo a ranchos, rivenditori di tortillas e tacos, mucchi di rifiuti incendiati  carretti a cavallo – la varia umanità che popola I cigli delle strade messicane prima di infilarci in un a strada sterrata che costeggia un lungo canale. In una nuvola di polvere  la camionetta di Edith svolta giù per un ciglio sabbioso e ci fermiamo lungo un ansa acquitrinosa da cui spuntano ciuffi di vegetazione. Edith mi indica la linea d’acqua incisa sul ciglio, ben più alta dell’attuale livello e mi spiega che è la traccia lasciata dal flujo pulso, il rilascio programmato di acqua dalle dighe a monte chela scorsa  primavera  dopo tanti anni hanno riportato il Colorado alla sua meta.

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Il Colorado è certamente uno dei corpi d’acqua più rigidamente regolati al mondo. Una miriade di enti e amministrazioni ne controllano ogni goccia sin da quando l’acqua venne suddivisa fra gli stati dal trattato del 1922. Un successivo negoziato nel ’44 assegnò al Messico i diritti su circa il 10%  del volume. Di recente una coalizione binazionale di ecologisti fra cui il Sonoran e il Redford Institute fondato da Robert Redford, è riuscita ad acquisire i diritti su una “partita” di acqua sufficiente a compiere un grandioso esperimento. Per una settimana, a fine marzo,  le dighe hanno aperto le chiuse e l’acqua è tornata a scorrere nell’antico letto del fiume.Il flusso è durato appena una settimana ma a valle l’acqua ha compiuto un miracolo. Sono tornati  gli uccelli migrartori, spuntate piante e canne, aironi e falchi si sono posati nelle paludi che hanno ripreso vita. Bambini che non avevano mai visto il fiume dei loro padri si sono tuffati a giocare nell’acqua.

 

Edith Santiago

Edith Santiago

Ora qui, mentre la sua squadra di lavoratori pianta salici e mesquite nella terra umida, Edith srotola una grande mappa idrologica della valle e mi indica dove ci troviamo: “qui una volta era tutta foresta nativa, il centro del delta, non le coltivazioni alternate a distese arie che vede oggi”. Siamo nel tratto ecologico sperimentale gestito dal Sonoran Institute, una concessione di qualche ettaro dove i tecnici stanno facendo una specie di bonifica a la contrario, sperimentando se sia possibile riportare in vita un ecosistema scomparso. A giudicare dal rilascio sperimentale d’acqua se venisse ripristinato l’antico flusso tornerebbe in vita anche il delta.

Nel 2012 le commissioni idrologiche di Messico e Stai Uniti hanno firmato un accordo che prevede ulteriori “pulsazioni” d’acqua. Nei prossimi cinque anni verranno rilasciati verso il delta un ancora 195 milioni di metri cubi d’acqua. Si tratta di appena l’1% del volume originale del fiume ma abbastanza per alimentare un flusso stagionale fino al Mar di Cortez e proseguire la fase sperimentale della parziale bonifica del delta. Un uso “natural” dell’acqua che è una  conquista importante considerata l’attuale scarsità e la richiesta sempre maggiore per usi commerciali.

 

Il delta redivivo

Il delta redivivo

 


Certo  il ripristino del delta non è pensabile senza una svolta nei consumi – non è pensabile “liberare” il fiume fin quando vi saranno le cascate dei casino di Las Vegas, migliaia di campi da golf e prati all’inglese irrigati  nel deserto. Il flusso dimostrativo però è  un buon passo verso possibili modelli di futuro sviluppo che siano più coscienti delle realtà geografiche e ambientali del Southwest, tantopiù nell’attuale instabile contesto climatico. La regione oggi è nel mezzo di una siccità di portata storica e i dati storici indicano che questo potrebbe essere lo stato “naturale” della regione. Gli ultimi 200 anni potrebbero cioè essere stati un “anomalia umida”. Se così  fosse gli effetti di un ritorno alla norma Arida potrebbero essere catastrofici.

Se il sudovest, costruito sulla scommessa di acqua a sufficienza stesse per entrare in un periodo di siccità  forse centenaria, come quelli ad esempio che in passato spazzarono via antiche civiltà come quella degli Anasazi, non basterebbero mille dighe a sostenere la popolazione. In California si dibatte oggi lo scavo di enormi canali sotterranei per portare acqua dal delta del fiume Sacramento, 600 km a nord,  verso i campi e le città del sud.  Ma le mastodontiche opere del Colorado insegnano che l’ingegneria ambientale può avere conseguenze catastrofiche. Sono in molti  a sostenere oggi che una crescita più sostenibile, nel rispetto più armonioso delle caratteristiche geoclimatiche sarebbe un idea molto migliore per il futuro. Un modello forse anche per altre regioni del pianeta destinate sempre di più  a far fronte alle conseguenze del mutamento climatico.

 

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