VANISHING POINT: Deserto che spara

1. FT IRWIN

Percorrere la strada che porta a Fort Irwin e’ un esperienza lievemente inquietante, soprattutto perche’ le due corsie che collegano la base alla Interstate 40, a meta’ strada circa fra Los Angeles e Las Vegas,  sono fiancheggiate da una serie ininterrotta di lapidi commemorative di coloro che su questo  ciglio hanno perso la vita in incidenti stradali. Non e’ tanto, una trentina di chilometri dallo svincolo dell’autostrada appena dopo Barstow, ma e’ quanto basta per addentrarsi nella profondita’ incognita del Mojave. Dopo mezz’ora di rettilineo, nella luce opaca dell’alba appare infine una curiosa montagnola composta da macigni variopinti ognuna recante l’insegna di un reparto militare che su questa base ha avuto il battesimo del fuoco, seppur simulato.  Fort Irwin e’ il principale centro di addestramento dell’esercito americano; ogni reparto destinato al fronte, prima di andare in guerra, viene spedito qui per un periodo “full immersion” di combattimenti simulati mirati ad istruire su tattiche e strategie ma anche a dare un assaggio quanto piu’ realistico della battaglia. Per visitarlo e’ necessaria la scorta dell’uffico stampa, in questo caso del tenente Danilo Gannod che incontro nella guardiola fortificata che da accesso alla base, un quadrato brullo di 3000 km2, un area maggiore di quella del Lussemburgo, riarso dal sole californiano. Gannod e’ un Filippino gioviale che mi accoglie con un “buongior-no” approssimativo che ha imparato dai carabinieri quando era di servizio in Kosovo e di cui va molto fiero. “Dovrai metterti questo”, dice porgendomi un elemetto da combattimento mentre saliamo sul suo Humvee, “niente paura, e’ solo una formalita’, la US Army non vuole avere reposnsabilita’ legali. Non succedera’ nulla ma il regolamento e’ il regolamento”. Gannod accende la radio, ingrana la prima e parte il tour. Intanto attraversiamo  la piccola citta’ che ospita il personale della base (4700 militari piu’ 4000 impiegati civili), la  pista d’atterraggio, i distributori di benzina, hangar e depositi di materiale, veicoli, macchinari pesanti – tutto l’occorrente per la produzione degli “effetti speciali” che sono la specialita’ di Fort Irwin: la simulazione realistica delle condizioni “di battaglia”  a cui andranno incontro una volta dislocati al fronte, i reparti che qui vengono addestrati. Il tenente segnala la propria posizione e con un sobbalzo lasciamo l’asfalto per una pista sterrata in una nuvola di polvere.


PATTON – AFRICA WEST

Il deserto ha sempre avuto un ruolo importante nelle operazioni della US army, o meglio lo ha avuto neglu ultimi cinquant’anni. La militarizzazione del deserto ha origini strettamente legate al secolo di egemonia globale   americana in cui il  grande spazio vuoto del continenete viene concepito in chiave strettamente utlilitaria dal pentagono che a partire dagli anni 40 ne progetta la conversione in vasto  scacchiere militare segnato da limiti invalicabili e spazi aerei interdetti. L’evento cruciale in questo sviluppo e’ la  mastodontica mobilitazione della seconda guerra mondiale quando vengono create fra le altre le basi di Nellis Nevada, 29 Palms in California e Wendover, Utah quest’ultima, un appezzamento di 8000 km2  vicino al grande lago salato col duplice scopo  di collaudare una versione del razzo V2 che gli americani tentavano, nelle ultime fasi della guerra,  di carpire ai tedeschi,  e principalmente di testare le operzioni di sgancio delle bombe atomiche destinate Hiroshima e Nagasaki. Le famigerate “Fat Man” e “Little Boy”  assemblate nei laboratori di Los Alamos dagli scienziati del Manhattan Project che da poco avevano esploso  la prima bomba atomica nelle dune di White Sands, nel Nuovo Messico. La geografia dell’era atomica e della guerra moderna passa quindi per il deserto del sudovest. Mentre Oppenheimer e la sua banda di fisici nel deserto del New Mexico  cercavano di mettere a punto la fissione artificiale del loro piccolo terrificante sole, 1000 km piu’ a ovest un generale dell’esercito sorvolava il Mojave alla ricerca sel luogo adatto ai suoi scopi. Quando atterro’ sulla pista sterrata di Ciriaco Summit, vicino al confine fra California e Arizona,  avrebbe segnato i destino anche del Mojave  o almeno gran parte di esso. Nel marzo del 1942 il ministero della guerra  aveva incaricato il generale George S. Patton di individuare un luogo geograficamente idoneo ad allestire un centro per l’addestramento delle truppe destinate ad aprire il fronte nordafircano contro i reparti di Rommell. La zona prescelta sarebbe diventata il desert training center, un area lunga 500 per 350km, divisa in undici settori  battezzata California Ariziona Training Area benche’ si estendesse da Pomona, alle porte di Los Angeles, fino quasi a Phoenix nel centro dell’Arizona, e che sarebbe divenuta il modello per le basi che avrebbero in seguito fagocitato migliaiai di chilometri quadrati nel Southwest. In questo centro vennero addestrati fra gli 800.000 e un milione di soldati, perlopiu’ carrisiti  destinati alla campagna nel Mahgreb col secondo corpo di spedizione guidato da Patton. Oggi un piccolo museo dedicato a Ciriaco Summit, desolata localita’ ai bordi della interstate 10, commemora il generale di ferro con un paio di stanze piene di cimeli polverosi, vecchie unformi, foto in bianco e nero , plastici , carri armati, armi giocattoli e souverirs (a questa celebrazione delle glorie  della US Army e’ stata recentemente aggiunta in fretta  e  furia una bacheca commemorativa dedicata all’operazione Iraqi Freedom), nello spiazzo antistante un paio di carri armati Sherman puntano i loro howitzer arrugginiti verso il traffico che passa  ignaro lungo l’autostrada e a volersi inoltrare nell’entroterra sulle strade sterrate non e’ diffcile trovare tuttora cimeli bellici dell’epoca.

La mobilitazione nel Mojave  non duro’a lungo. Nel 1944 le operazioni erano gia’ cessate e nel 1947 l’intero territorio venne restuituito all’amministrazione demaniale del Bureau of Land Management,  ma  il successo di Patton aveva siglato il destino del deserto come  localita’ da destinare all’addestramento militare, insostituibile  per l’estensione illimitata del territorio disabitato, qualita’ sempre piu’ richiesta con lo sviluppo  di tecnologie a raggio d’azione  sempre piu’ ampio. Nella sola zona desertica di California ed Arizona appartiene alle forze armate un territorio complessivo dall’estenzione pari grosso modo a quella dl Belgio. Le basi militari (esercito, marines, aeronautica e US navy) in Nuovo Messico, Nevada e Utah aggiungono l’equivalente dell’intera Olanda.  In tutti gli Stati Uniti il dipartimento della difesa possiede in tutto 114000 km2, di questi 63,709km2 si trovano nel deserto del southwest; sulla frontiera oggi si allunga l’ombra del complesso militare industriale. Negli ultimi sessanta anni il quadrante arido del paese e’ cioe’ stato riadibito ad un gigantesco serbatoio strategico della nazione con la piu’ imponenete macchina militare al mondo. Le basi militari sono una caratteristica “geografica” del panorama desertico. E’ impossibile attraversarlo senza imbattersi in qualche  indizio che vi rimandi, si tratti di un radar che gira solitario nell’apparente nulla, un bersaglio per bombardieri sul lato di una collina o l’improvviso boato di un jet a bassa quota che squarcia  istantaneo il silenzio assoluto prima di perdersi in una manciata di secondi, come’era venuto, oltre l’orizzonte.

Lungo la vecchia route 66  c’e’ la Marine Logistics base che smista provviste vettovaglie ai marines in missione nel mondo, la China Lake Naval Weapons Reserve, un pezzo di Mojave grande grosso modo come il Molise dove la marina sperimenta i propri missili balistici, costeggia per decine di chilometri la statale 395 in direzione Valle della Morte, le Chocolate Mountains vengono bombardate dall’aeronautica sopra Yuma, poi Nellis in Nevada, Edwards in California, Wendover sulle sponde asciutte del lago salato in Utah.  Una popolazione militare di oltre 100000 soldati pari al 10 % delle forze armate americane sono di stanza in una cinquantina di basi sparse nel vuoto demaniale del sudovest facedone tra l’altro un settore economico regionale non trascurabile: oltre alle basi di per se  con  le istallazioni residenziali del personale e dei loro familiari ci sono decine di miglaiai di mpiagati civili e contractors e il relativo indotto economico. Non e’ un caso che qui ogni mandata di chiusure di basi annunciata dal Pentagono viene seguita con forte trepidazione (anche se le ultime risalgono ad era clintoniana , che di recente il settore tira piuttoto bene). Il destino economico dell’intera regione e’ legato a doppio filo a quello delle forze armate americane, le military towns come 29 Palms  che ad occhio e croce vanta la piu’ alta concentrazione di studi di tatuaggio in America o China Lake dove la vita ruota attorno ai bar dei marines o ai barbieri specilizzati in tagli a spazzola e il ritmo e’ scandito dai barbeque annuale del comandante della base e la parata in uniforme  dei bambini delle elementari; un hinterland ormai in mobilitazione perenne che scandisce i propri ritmi con la partenza e il ritorno dei reparti dal fronte della guerra permanente

29 Palms e’ una di queste, localita’che prende il nome dall’oasi originalmente consociuta dagl indiani Paiute, Serrano, Cahuilla e Chemehuevi  venne descritta la prima volta nelle mappe militari disegnate nel  1855 dal colonnello Henry Washington. La “citta’”  – una scacchiera disposta  su una matrice di viali perpendicolari troppo larghi e vuoti costeggiati da bassi  edifici  di stucco “a scatolone” – ha 15mila abitanti ma una popolazione “ombra” di altri 20000 persone che risiedono nella marine corps air combat training center, la piu’ grande base di marines d’America: un Lussemburgo coperto di sabbia, sassi e cespugli di Joshua Tree. La vocazione militare del la citta’ data da quando venne adibita a sanatorio per reduci della prima guerra mondiale coi polmoni rovinati dal gas nervino spediti a respirare  l’aria buona del high desert. I soldati di 29 Palms sono stati in prima linea a Grenada, Panama, Kuwait, Somalia  e naturalmente nella guerra irachena come attestano i murales che adornano diversi edifici.

La citta’ a dire il vero ha anche un’altra idendita’ come l’entrata al parco nazionale di Joshua Tree uno dei piu’ suggestivi parchi del deserto frequentatao da rocciatori che da tutto il  mondo vengono a scalare le singolari formazoni granitiche che spintano dal deserto come rocce di Gallura. Il Joshua inoltre attira un contingente sempre maggiore di losangelesi new age , artisti  e professionisti del cinema  in vena di una “dose” di deserto.  Accanto ai bar addobbati a stelle e strisce dove ragazzi coi capelli a spazzola giocano a biliardo e marines in libera uscita bevono birra al bancone quindi ci sono ormai anche incongrui avamposti di “coffee bar”  per neo-beatnik e negozietti di chincagleria pacifista. Ma a me rimarra’ sempre impressa come il luogo dove il giovane marine, avra’ avuto vent’anni, dalla guardiola all’entrata della base mi spiego’, poco prima dell’inzio della campagna afghana,  come non vedeva  l’ora di andare a menare le mani a Kabul e “schiacciare teste di bambini afghani sotto le ruote” del suo humvee.

La mastodosntica macchina militare nel deserto produce e viene limentata da una quantita’ altrettanto enorme di hardware:  veicoli, elicotteri, istallazioni elettroniche, munizioni, infrastruttura, armi, aerei che attestano al volume economico industriale di quel complesso che aveva impressionato fino il presidente Eisenhower. E tutta questa strumentzione bellica necessita di costante manutenzione e (specie nell’ottica degli appaltatori del Pentagono) un regolare rinnovo , quindi anche di smaltimento. Per questo un’idea delle dimensioni della macchina militare della regione la rende bene un’altra istallazione, l’ AMARC in Arizona la cui sigla sta per Aerospace Maintenance and Regeneration Center, tradotto dal militarese equivale ad una gigantesca discarica, il piu’ grande cimitero di aerei militari d’America . Su 20 ettari di terreno fuori Tucson in mezzo al deserto dei cactus saguaro, appaiono all’improvviso filari interminabili di carlinghe, caccia F16, bombardieri, elicotteri Sikorski, l’intero arsenale della Air Force in vario stato di decomposizione. Particolarmente cannibalizzati sembrano essere i numerosi B52 che anche in questo rottamaio mantengono la loro aria lugubre, dato che sono fra gli aerei piu’ longevi della storia (nati nel 1955 l’aeronautica prevede di tenerli in servizio fino al 2040) c’e’ un gran bisogno di pezzi di ricambio che vengono reciclati da questi vecchi pachidermi di ferro. Il ferrivecchi dell’aeronautica e’ anche una  specie di  museo e i tenente che ti guida non manchera’ di indicarti i pezzi “forti” – lo stampo per l acarlincga dei primi bombardieri B2, rottamata la in fondo, il Tomcat , proprio lui  che guido’ il bombardamento del tenda di Gheddafi nel 1984 e tanti altri cimeli arrugginiti di mezzo secolo di  pax americana. Altre invece sono  perfettamente preservate da un sottile strato di lattice di vinile  che gli viene applicato  per proteggerle dagli elementi. Si tratta in pratica di un gigantesco deposito di vecchi aerei in rottamazione (e’ qui ad esempio che vengono  smantellati i bombardieri necessari a rientratre nei limiti ammessi dai trattati sul disarmo come lo START) o semplicemente immagazzinati nell’aria secca del Southwest in attesa di venire riadibiti o venduti perche’ questo e’ anche un gran mercatone dell’usato che alimenta l’insaziabile mercato internazionale di armi cedendo apparecchi di seconda qualita’ a governi amici o strategicamente alleati. E’ un attivita’ che comporta necessariamente qualche rischio come quando ando’ a finire che un caccia uscito dal deposito giunse nel 1992, dopo una serie di intermediari, nelle mani di un pilota in Sudan  che risulto’ avere legami stretti nientemeno che con Osama Bin Laden che sperava apparentemente di farne la propria forza aerea prima di abbandonare l’idea a causa di un avaria non riparabile.

2. AFGHANOLANDIA

Altro hardware, “ferraglia” militare,  questa ben calda, continua a solcare il deserto americano: quella necessria ad inscenare le battaglie che infuriano settimanalmente a Fort Irwin, e verso cui si sta dirigendo la jeep polverosa del tenente Gannod.  Le ostilita’  nel tarining center sono simulate per l’addestramento di reparti destinati al fronte, e mi assicura il tenente, la US army adotta ogni accorgimento  per assicurare il piu’ scrupoloso realismo. Prima di venire spediti a combattere ogni reparto americano  viene trasferito per un paio di settimane in questo deserto. Le truppe di stanza alla base interpretano il ruolo di “krasnoviani”, ovvero  l’esercito della fittizia nazione ostile di Kransovia  e sono essi stessi addestrati a simulare le manovre e le decisoni tattiche, lo “stile di battaglia”,  del nemico il che fino ad appena  quindici anni fa voleva dire emulare i reparti di fanteria   dell’armata rossa e le tattiche che avrebbero presumibilmenrte adottato nello scenario previsto allora dagli strateghi americani: uno sfondamento massiccio lungo il fronte europeo. I cingolati dei carriarmati hanno segnato profondamente questa sabbia negli anni in cui prepararsi alla guerra significava principalmente simulare manovre di divisioni corazzate su un campo di battaglia”tradizionale”, la battaglia campale cioe’ su cui si affrontano schieramenti opposti di nemici in assetto di manovra classico. Oggi e’ tutto cambiato. Una ventina di chilometri fuori dal capo base, quando ormai da un quarto d’ora costeggiamo solo vuota pianura che si estende all’orizzonte chiuso da colline punteggiate da cespugli creosote, il rettlineo d’asfalto incrocia una pista sterrata  ad un bivio in lontananza dove e’ visibile un agglomerato di costruzioni basse,appena distinguibile dal terreno . Sopra al frastuono del motore dell’Humvee il tenente le indica con la mano mentre sul ciglio della strada passiamo  un cartello che segnala il nome dell’abitato, la scritta e’ in arabo. Quando arriviamo sul limite del “paese” le case si rivelano essere in realta’ dei container ferroviari disposti “topograficamente” come fossero effettivamente case di un paese del deserto, alcune sono a  due “piani” , un container messo sopra all’altro, diversi di essi recano scritte, anche queste in arabo e si affacciano su “strade” approssimative. “I nostri ragazzi pensano davvero a tutto” mi spiega soddisfatto Gannod mentre rallentiamo per svoltare sulla strada sterrata in un a nuvola di polvere, “e’ essenziale che tutto sia fatto col massimo del realismo. E’ qui che le truppe devono acquisire la capacita’ di operare in condizioni effettive e vogliamo che arrivino al fronte avendo gia’ un senso dell’ambioente che li attende”.

Fort Irwin e’ un lembo di deserto iracheno in mezzo al Mojave, uno pseudo luogo in cui ogni giorno si replica la sceneggiata di un conflitto militare mediorientale. L’idea, dice Gannod,  e’ che sia uno scenario regionale generico, accurato ma senza riferimenti specifici  ma appena incrociamo una colonna di veicoli corazzati Bradley con le vedette appostate sulle torrette,  dietro le mitragliatrici ho la singolare sensazione di essere penetrato in un servizio della CNN,  se ci fosse il crawl di fondoschermo con le quotazioni della borsa,  sarebbe  un TG. Siamo qui per osservare l’esercizio di oggi, un operazione militare, spiega la guida  ma anche di “addestramento culturale”, che nell’eufemistica dell’esercito significa avere a che fare con la popolazione indigena. Il reparto  che sta facendo l’addestramento e’ composto da truppe della guardia nazionale californiana cioe’ il corpo dell’esercito composto da reparti statali volontari e part time su modello di milizia civile, parte  di quel serbatoio di “supporto” alle forze volontarie che nella campagan irachena sono stati impegnati massicciamente per necessita’ (la sovrestensione delle forze armate regolari) e secondo il calcolo politico che investire in prima persona nella guerra i soldati-cttadini della national guard che sono comunque membri ntegrati nella comunita’, operai, avvocati, medici e autisti avrebbe contribuito a diffondere piu’ “equamente” il peso della guerra, evitato la prospettiva di dover ricorrere alla coscrizione con cosneguente possibile sindrome “vietnamita” e fomentato la “partecipazione” popolare, psicologica ed effettiva, alla guerra. I reparti in rotazione a Fort Irwin sono dunque a giudizio dell’esercito quantomai bisognosi di un ripasso intenso prima di venire spediti al fronte.

Arriviamo ad un altro “paese”  arabo  – ci sono soldati e uomini con la kefiah e gli M16 a tracolla: Krasnoviani. La missione del reparto in addestramento e’ di espugnare il paese o meglio,  di entrarvi e perquisire alcune “abitazioni”  sospettate dall’intelligence di essere covi di elementi ostili della “resistenza. Il paese e’ “abitato” da una popolazione “indigena”, accanto ad un Humvee tre uomini parlano e bevono coca cola, i tradizionali abiti arabi  che indossano stonano  particolarmente con la pelle chiara scottata dal sole, gli occhi azzurri e gli occhiali a specchio. Uno di loro si presenta, “sono il sindaco di questo bel paese”, mi dice con un sorriso, “gli Americani prima dovranno parlare con me”.  “La guerra moderna e’ molto cambiata” mi spiega Gannod, “bisogna acquisire capacita’ adeguate. I soldati oggi devono interagire con la popolazione civile quanto e forse piu’ che con reparti militari organizzati. Il teatro operativo e’ fluido , dinamico ed e; essenziale saprleo “decifrare” in tempi critici”. Cosi’ nel “paese” ci sono “abitanti” ma anche sfollati, operatori di ONG, autorita’ civili e religiose, giornalisti e troupe televisive. O meglio figuranti che interpretano i ruoli che l’esercito gtiudica rilevanti alla conduziine di un occupazione (benche’ questa parola non venga mai profferita), perlopiu’ si tratta di soldati della base, Krasnoviani semplici travestiti, ma l’esercito giudica che sia cruciale dare alle reclute una vera full immersion per cui ha cominciato ad ingaggiare arabi veri perche’ mi ribadisce Gannod, “e’ importante che si sbituino all’idea di non essere piu’ in America ma all’estero, dove la gente parla un’altra lingua”. Una collezione di emigrati da paesi del golfo e del nordafrica ingaggiati a $90 dollari al giorno per simulare civili, prigionieri, manifestanti e ribelli Ogni anno il Pentagono spende $35 milioni per l’assunzione delle comparse, pagate per ricoprire i soldati americani di insulti in lingua e sassaiole il piu’ autentiche possibile.

I “cattivi” , bad guys e’ l’eufemismo per nemico d’uso corrente nell’esercito (come fra i poliziotti americani lo e’ per i criminali), spesso si mescolano alla popolazione civile, mi spiega Gannod, bisogna distinguere le vittime dai carnefici saper riconoscere i tranelli, le imboscate  – e per ricreare i campi di battaglia “misti” delle operazioni moderne,  gli “scenaristi” di Fort Irwin includono tutta la gamma dei “personaggi” dagli ispettori della croce rossa ai pacifisti  agli  osservatori internazionali. In lontananza ora si vedono altre nuvole, scie di polvere sollevate da colonne motorizzate che si muovono nel deserto .  Arrivano due camion carichi di soldati e due humvee che si fermano sul limite del paese, alcuni soldati smontano e prendono posizioni difensive: equivale al “ciak di gira”. Dopo aver conferito brevemente,  il comandante del reparto  fa cenno ai suoi  di seguirlo e  viene  verso il paese mentre in “piazza’, lo spiazzo di polvere al centro dell’agglomerato dei container, c’e’ gran movimento di giovani che a capannelli gesticolano verso le truppe.. La delegazione americana incontra il “sindaco” che malgrado la kefiah e la tunica non e’ una delle comparse “indigene” ma il sottotenente biondo con cui parlavo poc’anzi. “Buongiorno, sono il capitano Rogers. Le porto i rispettosi saluti dell’esercito degli Stati Uniti”, esordisce Rogers, ma non attacca. Il sindaco e’ visibilmente stizzito e attacca una ramanzina su come si permettono di aggredire il  suo paese, perche’ non e’ stato avverrtito?….e’ un oltraggio alla sovranita’ del suo paese e della sua nazione. Rogers da fondo a tutte le sue doti diplomatiche, prega l’interlocutore di calmarsi, lo assicura che da parte americana non esistono intenzioni ostili solo rispetto profondo e volonta’ di aiutare il sindaco e la sua gente a ristabilire l;ordine “Siamo qui per portare pace e democrazia al vostro paese ” dice Rogers ripetutamente come dal copione memorizzato. Sembra il role playing di una seduta psicoterapeutica  o il testo  di un depliant dell’ufficio marketing per un nuovo prodotto cui l’azienda punta molto. Il copione del caoitano e’ infuso di una sorta di paternalismo “new age”  ma la controparte recita fino in fondo la sua parte di patriota ostinato e la trattativa si dilunga, intanto in piazza la protesta dei ragazzi si fa piu’ rumorosa, vola qualche sasso, una bottiglia. I soldati assumo assetto antisommossa disponendosi in fila con armi in pugno, badando a non farsi accerchiare dalla folla. Improvvisamente si sentono colpi, una raffica e ancora fucilate dai tetti vicini, la folla si disperde, nel fuggi fuggi gli “americani” si buttano a terra, si  riparano dietro le jeep, rispondono al fuoco ma la battaglia e’ gia’ finita.  Ci sono dei feriti (quando l’apposita imbragatura segnala un “colpito”  il soldato o il “nemico” in questione deve rimanere a terra, un istruttore sul  campo   detrminera’ in seguito  se si tratta di una ferita o di un decesso). Gli americani raccolgono le vittime e organizzano il rastrellamento del paese fermando diversi ragazzi che parlano loro esclusivamente in arabo, le perquisizione sono tese: “Attento!” grida un sergente a uno dei suoi ragazzi “potrebbe avere un ordigno in tasca”. I prigionieri vengono messi in fila, spintonati,  la diplomazia  sforzata delle trattative ha lasciato il posto ad un’ostilita’; anche troppo realsitica  un atmosfera da stanford experiment, l’escalation della posizione di forza sui subalterni. (chissa’, mi domando, se l’addestramento  aveva contemplato simili “modelli” per il personale di Abu Ghraib o di Guantanamo?)

Sul “paese” ora e’ ritornata una  calma incerta.  I soldati pattugliano nervosamente le strade  mentre  il comandante e’ tornato a negoziare col sindaco, stavolta all’interno di un container  che una scritta in arabo  identifica  come “municipio” dove presumibilmente il capitano Rogers si sta familiarizzando con le tecniche “indigene” di contrattazione. “Hanno una missione precisa da portare a termine” mi spega Gannod, “devono perquisire le case che gli ha indicato l’intelligence, ma devono farlo nel modo piu’ efficente possibile e l’ambiente e’ programmato a reagire di volta in volta alle decisioni prese”. Nella realta’ virtuale low-tech di Fort Irwin e’ programmata l’imprevedibilita’. Fra i soldati si aggira una donna in lacrime che implora  gli americani di assistere una bambina ferita i soldati la ignorano, poi viene chiamato un ufficiale e dopo una deliberazione si decide di mandare l’ufficiale medico con una scorta nella casa della donna per fornire le cure del caso , anche questa decisione in seguito verra’ criticata e sottoposta a risk analysis dagli addestratori  che seguono ogni mossa dai monitor della centrale. Il campo e’ pieno di telecamere che regsitrno la sequenza degli eventi messi in moto dai copioni preparati dagli “scenaristi” del campo che assicura Gannod, aggiornano continuamente le loro sceneggiture in base a situazioni reali incontrate al fronte dalle truppe. Ogni cosa e’ se non vera, almeno molto verosimile, come in un buon reality insomma. Su scala molto piu’ massiccia e’ anche questo un esercizio di “fiction” effettiva, come quello dei marziani dello Utah, anche se le “operazioni” che qui vengono ripassate hanno conseguenze molto piu’ immediate e molto piu’ tragiche. In questo pseudoluogo l’effetto realta’ e’ davvero convincente, al punto da aspettarsi che qualche ragazzo della National Guard possa ragionevolmente venire dissuaso    dall’intera faccenda ma coloro a cui chiedo rispondono tutti che c’e un job, un lavoro da fare e che e’ meglio essere preparati.

LA GUERRA SEGRETA DELL’OVEST

La guerra, o perlomeno il suo “simulacro” rimane presente e centrale in questo territorio gia’ location della conquista violenta del continente, delle operazioni “antiguerriglia” contro gli insorgenti Apache, della guerra col Messico, delle sparatorie fra bande  assurte a mitologia nazionalpopolare. Quelle gesta storiche oggi sono “immortalate” per i turisti  paganti con duelli al sole inscenate da comparse in ghost town a tema pionieristico ma ci sono luoghi nel deserto che recano cicatrici ben piu’ profonde ed evidenti, quelle  dei conflitti americani dell’era globale, uno di questi in particolare oggi e’ a meta’ fra il tragico memoriale e il “parco a tema” della guerra fredda.

Durante la mia prima visita al Nevada Test Site  c’era tensione davanti all’ingresso principale. Un migliaio di manifestanti variopinti stavano inscenando una protesta davanti al cancello affiancato da guardiole, fortificato da barriere di cemento e filo spinato. Una dozzina di essi, vestiti in tute bianche e maschere a gas, reggevano uno striscione che invocava la fine delle detonazioni sperimentali, davanti a loro un ragazzo incrociava in monociclo con una casacca recante il simbolo della radioattivita’ e una maschera da teschio. Dal tetto di una Buick un indiano in abito tradizionale e megafono rivendicava la fine delle  esplosioni atomiche che da quarant’anni avevano luogo  al di la delle montagne alle sue spalle – nell’aria di festante protesta c’era perfino un gruppo di studenti di un corso di teoria del territorio guidata da Mike Davis, allora insegnante  di SciArch, l’accademia d’architettura di Los Angeles, in gita didattica. Davanti all’entrata  un gruppo di appartenenti alla Shoshone Nation, titolari almeno formalmente di queste terre,  fronteggiavano in ordine sparso un drappello di due dozzine  di nervosi agenti armati in tenuta mimetica e occhiali da sole, impiegati della Wackenhut corporation, azienda pioniere nel campo delle consulenze di sicurezza privata, a cui il Department of Energy, il ministero a cui compete la gestione delle risorse nucleari, appalta la sicurezza del test site ritenuto sito di primaria importanza per la sicurezza nazionale.

Creata nel 1950, la base costituisce in realta’ solo una parte minore del territorio della base aeronautica Nellis dove nella seconda guerra  venivano addestrati i bombardieri destinati al fronte: 12500 km2  (piu’ della superfice totale del Libano) di deserto desolato al confine fra il Mojave e il Great Basin in gran parte terre ancestrali degli indiani Shoshone e Paiute  requisite in contravvenzione del trattato di Ruby Valley che ne1 1863 gliene aveva riconosciuto ufficialmente il diritto,  e convertite alla vigilia della seconda guerra mondiale a mastodontico tiro a segno per l’aeronautica militare. Dopo la vittoria circa un terzo della gigantesca base militare, il test site appunto  venne riadibito agli scopi del nuovo conflitto geopolitico come centro sperimentale atomico e cosi’ufficialemente designata da Harry Truman. Sarebbe diventato il luogo piu’ intensamente bombardato della terra.

Il battesimo atomico di questo  deserto avvenne nel gennaio del 1951 quando un B-50 decollato poco dopo mezzanotte dalla base aeronautica di Kirtland vicino ad Albuquerque in New Mexico  saliva alla quota prestabilita di 6500 metri e giunto sopra al centro del Nevada Test Site, sganciava un ordigno nucleare che illuminava a giorno l’intero pianoro di Frenchman’s Flat  inaugurando piu’ di quarant’anni di esperimenti nucleari, 928 detonazioni atomiche  che hanno fatto del deserto del Nevada il “fronte interno” della guerra fredda ovvero l’unico fronte “attivo” di un conflitto ideologico in gran parte sotterraneo o “appaltato” a paesi intermediari.  Qui la paventata guerra nucleare non e’ stata solo un incubo incombente, c’e stata per davvero, un  bombardamento atomico che ha lasciato un segno profondo nel paesaggio e non ha mancato di fare migliaia di vittime.

Qualche tempo dopo la manifestazione a cui avevo assistito e poco dopo l’annuncio della moratoria che sospendeva  le esplosioni a tempo indeterminato, avevo preso un appuntamento davanti ad un albergo di Las Vegas alle sei del mattino con Derek, dell’ufficio pubbliche relazioni del Department of Energy. Mi era venuto a prendere con il fuoristrada bianco di ordinanza con lo stemma del ministero sulla portiera, inconfondibile tra i giocatori dallo sguardo vacuo e gli ubriachi di prima mattina nel parcheggio del Mirage Hotel e stretta la mano ci eravamo messi subito in marcia viste le distanze che avremmo dovuto percorrere, innanzitutto  per giungere al test site, un centinanio di chilometri strada verso nord  e poi soprattutto all’interno della base, un territorio grande poco piu’ della Valle d’Aosta. Questa volta mi aveva portato all’NTS un indagine sugli effetti del fallout, le scorie radioattive prodotte dalle esplosioni sperimentali sulla regione circostante…uno dei capitoli piu’ scuri della cold war in America. La follia “deterrente”, che in trent’anni produsse, piu’ di 15000 missili balistici intercontinentali, 50000 testate nucleari e migliaiai di bombardieri strategici capaci di portarle a segno, produsse altresi’ un’infrastruttuta mastodontica e segreta. Della gigantesca macchina nucleare che la corsa atomica aveva messo in moto facevano parte centri sperimentali come Oak Ridge in Tennessee e Los Alamos , New Mexico, laboratori nucleari come i Lawrence Livermore e Berkeley in California, strutture di produzione del plutonio e assemblaggio degli ordigni come  quella di Hanford nel Washington molti dei quali sono tuttora anacronistici coacervi di veleno radioattivo. Una mobilitazione talmente massiccia e un arsenale talmente mortale non potevano non produrre vittime e la guerra fredda non fu un conflitto esangue ma una guerra di vittime anonime, nascoste negli atolli della Polinesia francese e nelle isole Bikini e Marshall, in remote localita’ siberiane contaminate per errore da esperiementi batteriologici  e si’, in questo deserto cosi’ sereno e pacifico., squarciato da cicatrici perfettamente preservate.

Quella prima bomba atomica su Frenchman’s Flat esplose a 300 metri dalla superfice del lago essicato.  Designata in codice “Able” abbaglio’ i dignitari invitati ad osservare l’evento da alcune panchine di legno su un altura a pochi chilometri di distanza, che qualche secondo dopo vennero anche dall’onda d’urto, il  bagliore fu visibile come un lontano chiarore perfino da Las Vegas. A quella prima esplosione ne seguirono altre cinque della serie Ranger di intensita’ sempre maggiore al punto che le ultime furono visibili e dopo 24 minuti udibili perfino a Los Angeles, a 500 km di distanza, gia’ la terza esplosione ebbe forza sufficente a rompere alcune vetrate a Las Vegas. Negli anni delle cacce alle streghe, delle commissioni sulle attivita’ antiamericane del senatore McCarthy e dei rifugi nucleari istallati nei giardini delle case, le esplosioni furono accolte con euforia patriottica, “Vegans Atom-ized!”  titolava euforico il Las Vegas Review Journal nell’annunciare che la propria citta’ era passata in testa nella gara contro zio Joe e perfidi egemoni del cremlino. Il governatore del Nevada, Charles Russell commento’ entusiasta: “credevamo che quella terra brulla non servisse a  niente e invece oggi rifiorisce di atomi!”. Seguirono altre 56 esplosioni “atmosferiche” cioe’in superfice e poi 872 “in profondita’”, sottoterra, una fequenza di 2 bombe atomiche esplose ogni mese, un intensita’ di onde d’urto e di radiazioni mai inflitta ad alcun altro luogo al mondo.

Il test site testimonia questa storia oggi con un paesaggio lunare cosparso da crateri che le guide del DOE, il dipartimento dell’energia da cui dipende, sono contenti di far visitare, previo permesso, pur col fare un po’ annoiato a meta’ fra la guida turistica e l’impiegato ministeriale che snocciola nozioni storiche nella cantilena che viene da innumerevoli ripetizioni: ecco i resti di doomtown , poco piu’ di qualche scheggia di legno affiorante dalla sabbia appartenenti una volta alle abitazioni edificate con lo scopo di verificare gli effetti che un esplosione atomica avrebbe avuto sulla abitazione media americana. Piu’ sinistri quelli di japan town oggetto di un analogo rilevamento sulla casa-tipo giapponese incongruamente ricreata  in mezzo al deserto americano, che presumibilmente non c’era stato modo di predisporre adeguati misuramenti scientifici su quelle autenticamente spazzate via dalle esplosioni giapponesi pochi anni prima. I metodi e gli esperimenti congengati qui dagli scienziati nucleari e i vertici dell’esercito erano rozzi ma efficaci: fare esplodere una bomba atomica davanti, sopra o in prossimita’ di case, automobili, bunker variamente rinforzati e altre strutture “simulate”  o naturali circondate da strumenti scientifici e vedere cosa succedeva  secondo una metodologia empiricamente elementare, una minuziosa tassonomia di distruzione. A distanza predeterminata dall’epicentro vennero poste varianti della casa suburbana “tipo”, cioe’ le unita’ di base della civilta’ americana circa 1951 corredate da tutti gli accessori del caso: Buick, Oldsmobile, Chevrolet giardinette, frigoriferi, tagliaerbe, tricicli e casseforti quasi a misurare l’effetto dell’onda d’urto termonucleare sui beni di consumo che definivano la civilta’ dell’epoca. I detriti sono ancora visibili accartocciati qua e la nella pianura come vestigia di un pianeta delle scimmie – offerte incenerite su questo vasto altare per scongiurare l’olocasuto atomico e mantenere “fredda” la guerra fredda, il prezzo necessario della liberta’ come sottolineano tutt’oggi le brochure distribuite dal department of energy a chi visita questo parco naturale della guerra atomica..

Ma questa guerra “teorica” ebbe effetti ben concreti per  quelle “vittime mai decorate di una guerra mai dichiarata” come Keith Schneider definisce gli ignari abitanti del deserto che quel prezzo metaforico lo pagarono invece molto concretamente. Nella prefazione di American Ground Zero il bel libro di Carole Gallagher che documenta la storia della “guerra nucleare segreta del West”, Schneider  ricorda che gli ordigni nucleari esplosi sul deserto, spirgionarono complessivamente scorie radiottive cento volte superiori al disastro di Chernobyl. Dall’epicentro in Nevada nuvole radioattive viaggiarono verso est sospinte dalle correnti d’alta quota ,  sorvolando in quel decennio  i 3/4 del territorio degli Stati Uniti. Uno studio del Centers for Disease Control stima che quasi l’intera popolazione del paese all’epoca sia stata esposta in qualche misura pur se minima, o direttamente o attraverso la catena alimentare,  a radiazioni prodotte dagli esperimenti e che a queste possano essere fatti risalire attorno ai 22000 tumori e 11000 decessi. Reparti militari inoltre vennero in molti casi fatti marciare sui ground zero poche ore dopo le detonazioni col pretesto di verificare “di fresco” gli effetti delle esplosioni nucleari mentre gli effetti che si intendevano misurare erano in realta’ quelli che avrebbero avuto le radiazioni sulla stessa truppa di reparti cavia. Il governo agi’ sotto la copertura della totale segretezza , un manto top secret che avvolose morie di mandrie di mucche e di pecore, anomale “epidemie” di cancro e decine di migliaia di piccole tragedie a scoppio ritardato nella popolazione civile che ha dovuto fare i conti con malformazioni, aborti, malattie…Una cronaca di cinica criminalita’ militare o quantomeno sordida tragedia militar-industriale che perdipiu’ il governo aveva messo in conto visto che i rapporti interni dell’epoca definivano la scarsa popolazione della regione come un segmento civile di “bassa utlita’”.

La prima citta’ in linea d’aria, quella che ricevette il grosso delle scorie dei test, era St. George, nell’angolo sudoccidentale dello Utah dove negli ultimi due decenni sono stati documentati casi epidemiologicamente straordinari di cancro,  cosiddetti “grappoli” statistici di tumori da collegarsi con buona  probabilita’ agli esperimenti atomici atmosferici. St. George e’ una sonnolenta capitale provinciale incastonata nella roccia dolomitica color ruggine del deserto dello Utah. Il centro della citta’ oggi non e’ molto cambiato da quello della small town, il paese “tutto americano” che si vede nei filmini sbiaditi di propaganda di cinquant’anni fa. C’e’ ancora  la chiesa mormone col suo campanile affilato, il general store e la ferramenteria di Elmer Pickett con la sua bandiera americana accanto all’entrata. Anche Elmer e’ ancora li,  dietro al bancone con le bretelle rosse sopra alla camicia a scacchi come le aveva nella foto sbiadita al muro che lo ritrae garzone negli anni 50. Personaggio “middle american” da casting, parla pacatamente, quasi sommesso, ma ha una memoria di ferro:

“Le facevano scoppiare prima delle luci dell’alba e mi ricordo che noi ragazzi salivamo in collina per vedere meglio. All’ora stabilita il cielo del west si illuminava a giorno, faceva abbastanza luce  da poterci leggere il giornale!”. Elmer si interrompe per servire una cliente che lancia un’occhiata diffidente nella mia direzione, poi riprende il racconto. “Poco dopo il lampo si sentiva un boato sordo, in lontananza ma piu’ del rumore si sentiva il fremito della terra, come un terremoto, tremava sotto i piedi. Piu’ tardi, quando si era gia’ fatto giorno, arrivavano le nuvole. Ricordo benissmo quelle nuvole di terra rossa, enormi nuvole rosse  che arrivavano da Ovest come temporali asciutti. La dentro stava il fallout, e ci pioveva sulla testa, impolverava le case le macchine tutto. Se ci penso….Poi, piu’ tardi a molte persone su cui era caduta quella polvere cadevano i capelli, a ciocche,  inspiegabilmente e avevano come una scottaura solare ma piu’ forte…..dopo un po’ passava ma tante di quelle persone poi sono morte di tumore, di leucemia.” Come molti altri in paese Pickett  ha passato gli anni andando ai  funerali di amici e parenti periti  di melanoma, carcinoma, tumori di hodgkins. Recita la lunga lista delle vittime… In tutto quattordici parenti. “La prima a d andarsene e’ stata mia suocera,. Poi una nonna, quando ancora era piuttosto giovane, tre zii, mia moglie, una sorella, mia cognata, nipoti, cugini e prima di allora nessuno in famiglia era morto di cancro”.

Elmer parla con quieta indignazione , la delusione quais ingenua che si nota spesso negli americani messi davanti all’evidenza delle menzogne politiche che in Europa verrebbero invece subito presunte tali, la sindrome vietnamita, e quella del Watergate. E la storia nucleare del deserto fu un capitolo paradigmatico degli eccessi governativi del secolo americano,  una roulette russa atomica perpetrata a spese della ignara popolazione civile e ammantata dalla retorica patriottica della guerra fredda,  non priva di risonanze inquietanti con quella attuale. Fu anche l’episosdio che servi’a rinsaldare, o meglio definitivamente cementare, la naturale diffidenza con cui viene vista l’autorita’ governativa nell’ovest americano. Nei filmini educativi commissionati dal DOE all’epoca gli abitanti dei paesi piu’ vicini al test site venivano istruiti sulle bombe “amiche”. “Nessun pericolo”, recita una rassicurante voce narrante col tono paterno di un capitano d’aereo che invita ad allacciare le cinture, “se notate un insolito bagliore all’orizzonte  potrebbe trattarsi di un test di vitale importanza per la sicurezza nazionale del nostro paese. Evitate di fissare direttamente la luce….” Nel filmino l’ uomo che fa le consegne del latte all’alba, nota il lampo nel cielo  occidentale, si infila sorridente gli occhiali da sole e prosegue la sua ronda. Nella scena successiva una serena massaia anni ’50 si affaccia all’uscio e chiama i bambini biondi che giocano in giardino, “A volte potrebbe verificarsi una anomala nuvola di polvere. In questo caso evitate le attivita’ all’esterno e chiudete porte e finestre per la prossima mezz’ora..” La mamma accarezza i bambini che obbedienti lasciano l’altalena e entrano in casa a bere un confortante bicchierone di latte. Il solare, parossistico, ottimismo mascheravano allora la malafede del governo, consapevole sin dall’inizio almeno dei potenziali rischi delle esplosioni e della radioattivita’ che sprigionavano nella aria torrida del Nevada. Dal test site le nuvole tossiche venivano sospinte dai venti prevalenti verso est per centinaia di chilometri di deserto disabitato ma anche sugli abitanti “sottovento”, i cosiddetti downwinders.

Le rocce rosse che circondano St. George, cosi’ suggestive e silenziose custodiscono un segreto tremendo; piu’ parli con la gente che ci vive, assumono un aspetto lievemente sinistro. La litania di Elmer Pickett e’ solo l’inizio come scopro piu’ tardi, a casa di Claudia Petersen che all’epoca delle esplosioni “atmosferiche” aveva appena cinque anni. Anche per lei St. George e’ un paradiso terribilmente perduto. Nella sua cucina linda e ordinata siede al tavolo davanti ad una tazza di caffe’ “Stavo pensando l’altro giorno”, mi dice, “pensavo alla gente del quartiere con cui sino cresciuta: Ed Rogers, della strada appresso ha un melanoma multiplo, piu’ avanti c’e’ la casa di Leslie Ance, suo padre e’ morto per un tumore al cervello, George Wollord per un linfoma, e sulla strada successiva Mry Barnes se n’e appena andata. Anche lei linfoma era una donna straordinaria che aveva dedicato la vita ad aiutare i malati di cancro. Poi Roberta McMallon che ha appena avuto una mastectomia, ha 35 anni e cinque bambini…Kay Shakespeare, morta di melanoma….” . L’ultimo nome si perde col suo sguardo oltre le tendine a fiori, verso l’orizzonte di terra rossa da dove tanti anni fa provenivano quei lampi che facevano urlare di gioia i bambini che giocavano. Claudia prende un sorso di caffé’ come per farsi coraggio,  e ritorna a quelle estati lontane.

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